Formaggio

Vigeva da noi una legge ferrea, quella di non comprare nulla da fuori, nulla d’importazione: per quanto possibile si attingeva alla produzione interna. Ma quando si andava al negozio del signor Auster, all’angolo fra via Ovadia e via Amos, bisognava comunque scegliere fra il formaggio del kibbutz, prodotto dalla Tenuva – la centrale del latte – e quello arabo: il formaggio arabo del villaggio vicino, Lifta, era da considerarsi un prodotto d’importazione o locale? Questione complessa. A dire il vero, il formaggio arabo era appena appena più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo un poco si tradiva il sionismo: da qualche parte, in un kibbutz o una cooperativa agricola, nella valle di Iezreel o fra le alture di Galilea, c’era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato per noi quel formaggio ebraico – allora come avremmo potuto voltarle la schiena comprando formaggio straniero? La mano non sarebbe tremata? D’altro canto, a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l’odio fra i due popoli. E il sangue che ancora si sarebbe versato, purtroppo, sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. (…) Questa volta avremmo comprato il formaggio arabo, che fra l’altro era davvero un po’ più buono di quello della Tenuva, e costava un po’ meno. Ma comunque, d’altro canto, chissà, da loro non era poi così igienico? Chissà in che stato erano, le loro latterie… E se poi dopo fosse saltato fuori che il loro formaggio era un po’ zeppo di microbi?

(da  Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz)

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2 risposte a Formaggio

  1. laBuba ha detto:

    caro giannitos, so che leggi haramlik, hai letto il post sul bravo ragazzo palestinese e tutta la manfrina sull’accento israeliano?

  2. giannitos ha detto:

    Sono andato a leggerlo. Mi fa pensare: quello che dice il bravo ragazzo palestinese è forse una parte della verità (combattono per morire prima). Forse, però fa pensare.

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