Cinquantanni fa moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa

…Mi alzo alle nove e dieci, come sempre (…). Piero mi porta la prima colazione: caffè e latte, pane, burro e riparte per prepararmi scarpe e vestiti. Io mangio, leggendo il giornale. Toilette. Alle dieci e mezzo scendo (…).

Verso mezzogiorno esco e vado alla posta a ricevere o a non ricevere notizie da Muri, (…) dove in genere mi metto a scrivere, come in questo momento a “Murilli darling”. All’una arriva mio Padre, si informa delle novità della giornata e all’una e venti ce ne andiamo. (…) Pranzo tipo quello che tu già conosci.
Dopodichè rimaniamo nella biblioteca chiacchierando (…). Alle tre ritorno nelle mie stanze a leggere o prendere appunti fino alle sei. Alle sei esco con mia Madre, a piedi.
(…) alle sette e un quarto (…) vado al Circolo dove mi applico a scandalizzare le anime timorate con le mie opinioni audaci. (…). Alle nove e mezzo (incredibile !) cena. Biblioteca fino alle dieci e mezza, poi esco e vado a raggiungere Scarpa, il Filosofo ed i miei cugini , in un caffè o al club.
Quando scriveva questa lettera, nel maggio del 1932, Giuseppe Tomasi aveva trentacinque anni; e la sua vita non deve essere stata molto diversa dalla giornata tipo che racconta, se non durante “la grande guerra”, in cui combattè e fu fatto prigioniero.
La sua vita, per quello che ne conosciamo oggi, non reca altri fatti salienti, se non viaggi, letture, meditazione: ma sappiamo per certo dalla sua prosa che tutta la sua vita fu un’avventura spirituale intensa e sorvegliata, una consapevole lettura del mondo e del nostro tempo.
Così scriveva nel febbraio del ’59 Geno Pampaloni in un bella recensione del Gattopardo. Il romanzo era stato pubblicato da Feltrinelli nel novembre 1958, oltre un anno dopo la morte di Tomasi. E il giudizio del grande critico, assai approfondito e documentato è, in sintesi, che …Il Gattopardo non è, in definitiva, molto “altro” che il libro di un gran signore, il documento di una esperienza aristocratica, di un illuminato edonismo spirituale; ma lo è con tale intensità, che ci arriva senza alcun dubbio come una testimonianza di poesia, che vive di una sua verità. Se anche non aiuta, nel senso dell’aprire nuovi sviluppi, la nostra letteratura, certo l’arricchisce, opera un chiaroscuro, delinea in profondità prospettive; e costituisce oggi, come ogni autentico documento di poesia, una pietra d’inciampo, uno “scandalo”, che occorre, credo, considerare seriamente.
Ho scoperto tardi Il Gattopardo, all’età in cui Tomasi lo scrisse o poco meno. O forse non tardi, se è vero quello che sostiene Sciascia, che il Gattopardo è scritto da un anziano per gli anziani, mutuando un giudizio dello stesso Tomasi a proposito de Il rosso e il nero di Stendhal.
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* Nello Speciale di Feltrinelli La zampata del Gattopardo alcune recensioni e la lettera di Vittorini a Tomasi, con cui nega la pubblicazione.
* I brani della lettera di Tomasi sono tratti da “L’ultimo Gattopardo. Vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa“, di David Gilmour; un libro che vale la pena di leggere, proprio per il nesso esistente fra la vita dello scrittore e il suo unico romanzo, come sostiene Pampaloni.
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Una risposta a Cinquantanni fa moriva Giuseppe Tomasi di Lampedusa

  1. lavinza ha detto:

    concordo con sciascia (bella forza!)

    a me la filosofia “tutto cambia perché niente cambi” mi fa venire il mal di denti.

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