Scatole

Chi mi conosce mi considera un rompiscatole, qualcuno lo dice pure: non hanno torto. Ma ho un’attenuante non generica.
Il fatto è che da bambino andavo spesso nel negozio dove lavorava il babbo e… ma cominciamo dall’inizio. Era un negozio di camicie, cravatte, cinture, calzini, canottiere, mutande e simili; quando la merce arrivava veniva tolta dalle scatole, per essere messa sugli scaffali e nei cassetti.
All’epoca, nei primi anni sessanta, non c’erano i cassonetti per la carta e neppure quelli per i rifiuti in genere. I rifiuti erano pochi, non c’erano bottiglie di plastica e quelle di vetro non erano vuoti a perdere; infatti si parlava di spazzatura, il prodotto della scopa, gli scarti della cucina, un po’ di carta, qualche lattina. I giornali venivano riutilizzati, nei cessi, come involucro per il cibo acquistato, per tenere in forma le scarpe e in altri modi. Non c’erano i cassonetti,  "il camion della nettezza" si fermava davanti a casa e i netturbini svuotavano nel camion i secchi di ferro, che venivano foderati con carta di giornale, i sacchi di plastica erano di là da venire.
I cartoni venivano raccolti e portati al macero dal cartonaio, uno dei vecchi mestieri itineranti, con l’arrotino, il robivecchi, l’ombrellaio, lo stagnino … .
Il babbo dunque mi faceva fare sempre il solito lavoretto: rompere le scatole, per ridurre l’ingombro e accatastarle nel cortiletto, pronte per il cartonaio.
Ancor oggi, per la raccolta differenziata e non solo, non posso fare a meno di rompere le scatole.

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