Revolutionary Road. Richard Yates e il cinema

Manca un mese all’uscita negli States ( due per l’Italia) di Revolutionary Road di Sam Mendes, con Di Caprio e la Winslet (dieci anni dopo Titanic), tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates.
Nel giugno 2007, pochi mesi dopo l’annuncio del film, Blake Bailey autore di A Tragic Honesty, corposa biografia di Yates, scrisse per la rivista Slate un articolo sui travagliati rapporti fra lo scrittore e il cinema. Ciò che segue è una sintesi dell’articolo.

Fin dall’uscita di Revolutionary Road alcuni produttori cinematografici furono tentati dal romanzo, ma solo tentati: in fondo chi avrebbe pagato per vedere un film in cui quasi tutto finisce male ?
Riconosciamolo: si tratta di uno dei romanzi più deprimenti che siano mai stati scritti e questo spiega perché rimane un libro di culto piuttosto che un classico come Il grande Gatsby. Io stesso, suo biografo, non riuscii a finire il libro quando lo lessi la prima volta, pochi anni dopo il college. Soltanto dopo anni riuscii a finire il romanzo e compresi la sua grandezza.

Quando il romanzo fu pubblicato nel 1961, fra le poche persone di Hollywood che arrivarono alla stessa mia conclusione ci fu il regista John Frankenheimer, che pensava fosse proprio il tipo di sguardo senza compromessi che voleva portare sullo schermo . Ma prevalsero quelli con la testa sulle spalle e lui fece invece The Manchurian Candidate (Va’ e uccidi). Ma nel frattempo aveva acquistato i diritti di Lie Down in Darkness di William Styron che gli raccomandò l’amico Dick Yates per la sceneggiatura; lui fece un adattamento che sarebbe riuscito un gran film tratto da un romanzo mediocre. Ma il film non si fece per la opposizione dell’agente di Natalie Wood che doveva essere la protagonista con Henry Fonda. E Yates tornò al suo orribile seminterrato al Greenwich Village.

Quando tornò a Hollywood nell’estate del 1965 le sue azioni erano in ribasso: aveva pubblicato Eleven Kinds of Loneliness, una magnifica raccolta di racconti, ma niente altro. Alcolista e affetto da depressione era stato ricoverato due volte nei precedenti cinque anni. Riuscì ad incontrare il produttore Albert Ruddy che aveva opzionato di recente Revolutionary Road ma che non si dimostrò intenzionato a fare il film.

Per il resto della sua vita la possibilità di guadagno con un film tratto da Revolutionary Road apparve a Yates come un miraggio. Nel 1967 Ruddy acquistò i diritti per 15.000 dollari, che Yates dette alla ex-moglie per il college delle loro due figlie; nel 1972 chiese a Ruddy di ingaggiarlo per scrivere la sceneggiatura, ma lui aveva appena prodotto Il Padrino e aveva altri due progetti in corso; sebbene dicesse a Yates che gli si sarebbe spezzato il cuore se qualcun altro avesse fatto il film, non avrebbe rifiutato una offerta irresistibile. E questa venne dall’attore Patrick O’Neal ,  che ne fece una sceneggiatura che Yates lesse e trovò orribile: fino alla fine cercò di strappargli Revolutionary Road, senza successo. Morì nel 1992, ancora al verde.

Ho sempre avuta una perversa curiosità di vedere la sceneggiatura di Patrick O’Neal , per immaginare la reazione di Yates ai suoi errori. Scommetterei che O’Neal fece Frank e April Wheelers (i protagonisti) assai più gradevoli di quanto fossero: per Yates erano qualcosa di più che  mediocri, non stoici anticonformisti come personaggi di Hemingway né affascinanti romantici come quelli di Fitzgerald. I Wheelers piuttosto erano gente comune che fingeva di essere qualcosa di diverso perché la vita è solitudine, opacità e delusione.

Se Yates fosse ancora vivo e potesse dare consigli a Mendes, credo che insisterebbe perché il film inizi, come il romanzo, con la mortificante prova di April nella recita dilettantesca della Foresta pietrificata. In altre parole la rovina dei Wheelers non dovrebbe mai essere in dubbio perché essi non possono fare a meno di essere sé stessi.

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