Ilaria e donna Mimma

Quando donna Mimma col fazzoletto di seta celeste annodato largo sotto il mento passa per le vie del paesello assolate, si può credere benissimo che la sua personcina linda, ancora dritta e vivace, sebbene modestamente raccolta nel lungo «manto» nero frangiato, non projetti ombra su l’acciottolato di queste viuzze qua, né sul lastricato della piazza grande di là. (…)
E’ il mondo in cui donna Mimma vive agli occhi dei piccoli e anche dei grandi che ridiventano subito piccoli appena la vedono passare. Piccoli, per forza, perché nessuno può sentirsi grande davanti a donna Mimma. Nessuno.
Questo mondo ella rappresenta ai bimbi quando si mette a parlare con essi e dice loro come a uno a uno ella sia andata a comperarli lontano lontano.

Donna Mimma è " la Comare", levatrice di un paese siciliano fra fine ottocento e inizi del novecento.
Qualche mese fa, prima che diventasse ostetrica, ho dato
a Ilaria questa novella di Pirandello perchè la leggesse. Non credo che l’abbia fatto. Mi sovviene ora mentre penso a mia figlia che fa nascere i bambini in un grande ospedale, un lavoro interinale. Mi sembra ieri o ieri l’altro che l’ho vista nascere tutta viola, incappiata nel cordone ombelicale: via via, in sala parto che sennò perdiamo la bambina !

Ma è lei sola a esercitare, da circa trentacinque anni, quest’ufficio nel paesello. O, per dir meglio, era lei sola, fino a jeri.
Ora è venuta dal continente una smorfiosetta di vent’anni, piemontesa; gonna corta, gialla, giacchetto verde; come un maschiotto, le mani in tasca: sorella ancora nubile d’un impiegato di dogana. Diplomata dalla R. Università di Torino.

E ora donna Mimma dovrà andare a Palermo a prendere il diploma che non ha.

Alla scuola, quarantadue diavole, tutte con l’aria sfrontata di giovanotti in gonnella, su per giù come quella ragazzaccia piombata dal Continente nel suo paesello, le si fanno addosso, il primo giorno ch’ella comparisce tra loro col fazzoletto di seta celeste in capo e il lungo scialle nero, frangiato e a pizzo, stretto modestamente attorno alla persona. Uh, ecco la nonna! ecco la vecchia mammana delle favole, piovuta dalla luna, che non osa mostrar le manine e tiene gli occhi bassi per pudore e parla ancora di comprare i bambini! La guardano, la toccano, come se non fosse vera, lì davanti a loro.
– Donna Mimma? Donna Mimma come? Jèvola? Donna Mimma Jèvola? Quant’anni? Cinquantasei? Eh, picciottella per cominciare! Già mammana da trentacinque anni? E come? Fuori della legge? Come gliel’hanno potuto permettere? Ah, sì, la pratica? Che pratica e pratica! Ci vuol altro! Adesso vedrà!

Il professor Torresi le dice che la pratica, la conoscenza implicita, non può bastare.

Ma a mano a mano che quella famosa conoscenza implicita di cui il professor Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma – veder più chiaro? altro che veder più chiaro! – non riesce a vedere più nulla.
Scomposta, sminuzzata, l’idea della cosa, come prima la aveva in sé, intera e compatta, ora le si confonde, smarrita in tanti animi particolari, ciascuno dei quali ha un nome curioso, difficile, che ella non sa nemmeno pronunziare. Come ritenerli a memoria tutti quei nomi? Ci si prova con tanta pazienza, la sera, nella sua misera cameretta d’affitto, sillabando sul manuale, curva davanti al tavolinetto su cui arde un lumino a petrolio.

E non vanno meglio le lezioni di Ostetricia pratica perchè il professore non vuole che ella faccia quello che sa fare, ma che dica quello che non sa dire; e se si tratta di fare e non di dire, non la lascia mica fare a suo modo, come per tant’anni ha fatto, che sempre le è andata bene; ma secondo i precetti e le regole della scienza, come punto per punto egli li ha insegnati (…).

 Donna Mimma pensa di rinunciare ma poi si risolve a rimanere. E quando tornerà al paese, dopo due anni di studi, scoprirà che la Piemontesa ormai le ha rubato il posto: e si è trasformata in una mammana «civile» che vi sappia spiegar tutto bene, punto per punto, come si fanno e come si possono anche non fare i figliuoli (…)
Dopo una tremenda sfuriata per donna Mimma è finita davvero. Dopo questa prova, nessuno – ed è giusto – vorrà più saperne di lei. Invelenita contro tutto il paese, col cappellaccio in capo, ogni giorno ella scende in piazza, ora, a fare una scenata davanti la farmacia, dando dell’asino al dottore e della sgualdrinella a quella ladra Piemontesa che è venuta a rubarle il pane. C’è chi dice che s’è data al vino, perché dopo queste scenate, ritornando a casa, donna Mimma piange, piange inconsolabilmente; e questo, come si sa, è un certo effetto che il vino suol fare.
La Piemontesina, intanto, col fazzoletto di seta celeste in capo e il lungo scialle d’indiana stretto intorno alla svelta personcina, corre da una casa all’altra, con gli occhi a terra, modesti, e lancia di tanto in tanto di traverso una guardatina maliziosa e un sorrisetto che le scopre su le due guance le fossette. Dice con rammarico ch’è un vero peccato che donna Mimma si sia ridotta così, perché dal ritorno di lei in paese ella sperava un sollievo; ma sì, un sollievo, visto che questi benedetti papà siciliani troppi, troppi denari hanno, da spendere in figliuoli, e notte e giorno senza requie la fanno viaggiare in lettiga.

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