“Mi chiamo Platon, Karataev di cognome”

G&P

Ho riletto Guerra e Pace, dopo molti anni. Non ricordavo praticamente nulla salvo che mi ero fermato alle ultime pagine. Ora capisco perchè: le considerazioni storico-filosofiche che costituiscono buona parte dell’Epilogo sono pesantucce. Ma in complesso mi è piaciuto molto.

Sopratutto mi hanno colpito due personaggi: Pierre Bezuchov, uno dei protagonisti (forse il principale) e Platon Karataev, apparentemente solo una comparsa ma in realtà decisivo nella vita di Pierre. Si conoscono durante la prigionia, al seguito dell’esercito napoleonico, il ricchissimo conte e il contadino.

E Platon cambiò posizione sulla sua paglia.
Dopo esser rimasto per un po’ in silenzio, si alzò di nuovo in piedi. […] Quand’ ebbe così finito [la preghiera], si inchinò fino a terra, poi si alzò, diede un sospiro e si sistemò di nuovo sulla paglia. “Ecco fatto. Come una pietra, Dio, fammi dormire; come un bel pane fresco fammi alzare” disse, e si sdraiò tirandosi addosso il pastrano. […] Fuori, in lontananza, si udivano pianti e grida e attraverso le fessure della baracca si intravvedevano fiamme; ma all’interno tutto era silenzio e buio. Per un pezzo Pierre non riuscì a prender sonno; sdraiato nel suo angolo, con gli occhi spalancati nel buio, ascoltava il russare ritmico di Platon che giaceva accanto a lui; e gli sembrava che il mondo, che poco prima gli era parso in rovina, risorgesse nel suo animo con nuova bellezza, su nuove, incrollabili fondamenta.

E dopo la liberazione dalla prigionia da parte delle truppe russe Pierre non è più lo stesso uomo.

D’aspetto era esattamente quello di prima. […]
Prima dava l’idea di un brav’uomo, ma infelice, e perciò la gente istintivamente lo evitava. Ora un sorriso pieno di gioia di vivere aleggiava costantemente intorno alla sua bocca e negli occhi gli splendeva la simpatia per gli uomini, l’interrogativo se erano contenti come lo era lui. E la gente stava volentieri con lui.
Prima parlava molto, si accalorava parlando e ascoltava poco; ora di rado si lasciava prendere da un discorso e sapeva ascoltare così bene che la gente gli confidava volentieri i suoi più intimi segreti. […]
…c’era ora in Pierre una nuova caratteristica che gli assicurava la simpatia generale: era il riconoscimento che ogni persona potesse pensare, sentire e vedere le cose a modo suo, il riconoscimento che è impossibile con le parole far cambiare opinione a un uomo. Questa legittima peculiarità di ogni persona, che un tempo disturbava e irritava Pierre, costituiva ora la base della simpatia e dell’interesse che gli uomini suscitavano in lui. La diversità, talvolta l’assoluto contrasto delle opinioni degli uomini con la loro vita e tra di loro divertivano Pierre e lo facevano sorridere in modo mite e ironico.

“Pierre svolge il suo percorso critico passando attraverso il suo matrimonio sbagliato, attraverso molta confusione morale, molte peripezie, molta ricerca intellettuale fra cui c’è l’iniziazione massonica, con l’astrattezza del suo filantropismo e delle sue speculazioni, e giungendo alla fine, attraverso la semplificazione della sua vita, a una conclusione, che riconduce la religione alla vita: <Dio è qui vicino, dappertutto. In prigionia aveva appreso che Dio era più grande, infinito e incomprensibile in Karataev che nell’Architetto dell’Universo riconosciuto dai massoni> (IV, IV, 13). Così Pier Cesare Bori sintetizza la parabola della vita di Pierre, nella bella Introduzione (*) a Guerra e Pace (Einaudi, 1998).

Sarà che Pierre mi ricorda qualcuno ?

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(*) L’Introduzione di Pier Cesare Bori si compone di cinque paragrafi.
Il primo riguarda la composizione dell’opera; il secondo le fonti; il terzo la storia dell’interpretazione. Molto bello il quarto, intitolato la guerra e la pace, in cui entra nel merito della narrazione e dei personaggi a partire dalla considerazione che dentro il romanzo c’è un movimento di pensiero, una poetica che si articola “distinguendoli, in personaggi storici e personaggi umani, nei due mondi della guerra e della pace” (dalla Prefazione di Leone Ginzburg). Molto interessante l’ultimo paragrafo che tratta della Edizione Ginzburg: cioè al lavoro di revisione della traduzione di Enrichetta Carafa d’Andria, nel confino di Pizzoli, vicino a L’Aquila, dove si trovava con la moglie Natalia e i figli. Bori ricostruisce il lavoro dal giugno 1940 al luglio 1943, attraverso la corrispondenza con l’editore Einaudi. Alla fine di luglio, subito dopo la caduta del regime, Ginzburg partì per Roma per prendere contatto con il gruppo dirigente del Partito d’azione. Il 20 novembre fu arrestato nella redazione dell’Italia libera e condotto a Regina Coeli, dove fu torturato e colpito a sangue durante gli interrogatori. La mattina del 5 febbraio 1944 fu trovato morto: aveva 35 anni.

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