La canzone di Menuchim

Viveva nella terra di Us un uomo chiamato Giobbe, integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’oriente.

Inizia così il libro di Giobbe nell’Antico Testamento: è la storia di un uomo profondamente religioso, giusto e buono, il quale, dopo essere stato privato dei beni, dei figli e della salute, vede premiata la sua incrollabile fede.

Molti anni fa viveva a Zuchnow un uomo che si chiamava Mendel Singer. Era devoto, timorato di Dio e simile agli altri, un comunissimo ebreo. Esercitava la semplice professione del maestro. Nella sua casa, che consisteva tutta in una ampia cucina, faceva conoscere la bibbia ai bambini. Insegnava con onesto zelo e senza vistosi successi. Migliaia e migliaia prima di lui avevano vissuto e insegnato nello stesso modo.

Inizia così Giobbe – Romanzo di un uomo semplice di Joseph Roth; l’ho letto per la terza volta e ogni volta mi piace di più. Mendel Singer, come il Giobbe biblico, è colpito da molte sventure; e il racconto ha un respiro che ricorda i testi biblici; anche in questo consiste il suo fascino. Mendel Singer vive in Volinia, nell’impero russo al confine con l’impero asburgico (oggi Ucraina) non lontano da Brody, luogo di nascita di Roth. Ha una moglie, Deborah, e tre figli: due maschi e una femmina, e poi…

Mendel ebbe un altro bambino, il quarto, un maschio. Otto giorni dopo fu circonciso e chiamato Menuchim. (…) Nel tredicesimo mese di vita cominciò a fare smorfie e a gemere come un animale, a respirare affannosamente, ad ansimare in un modo mai sentito. La sua grossa testa ciondolava pesante come una zucca sul collo sottile.

Mendel Singer e la sua famiglia emigrano in America (dove è fuggito uno dei figli per non servire nell’esercito dello zar) lasciando Menuchim ad una famiglia ebrea, perchè gli immigrati possono soltanto essere sani; grande è il dolore per l’abbandono del figlio, eppure piano piano trovano la serenità.

Le preoccupazioni lasciarono allora per la prima volta la casa di Mendel Singer. Familiari gli erano state, come sorelle invise. Ora egli aveva quasi cinquantanove anni, e da cinquantotto le conosceva. Le preoccupazioni lo abbandonavano, la morte gli si avvicinava. (…) La contentezza egli portava come un vestito altrui preso a prestito.

Ma poi le sventure lo assalgono da ogni parte, come il Giobbe biblico: gli rimangono solo la solitudine e la disperazione.

” E’ finita, finita, finita per Mendel Singer (…) Non ha figlio, non ha figlia, non ha moglie, non ha patria, non ha denaro. Dio dice: ho punito Mendel Singer; di che cosa lui, dio, punisce ? “

Finchè un giorno ascolta un disco portato dall’Europa da un reduce di guerra, “La canzone di Menuchim”.

Mentre si addormentava, gli parve che l’azzurra e argentea melodia si congiungesse col gemito lamentevole, con l’unica canzone, da tanto tempo mai più udita, di Menuchim, del suo Menuchim.

Molti anni prima Deborah aveva portato il figlio malato a Kluczysk, dove abitava il rabbi.

Egli levò la mano, le parve di ravvisare due dita magre, strumenti della benedizione. Ma vicinissima udì la voce del rabbi, sebbene questi bisbigliasse appena:
“Menuchim , figlio di Mendel, guarirà. Pari a lui non ce ne saranno molti in Israele. Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l’amarezza mite e la malattia forte. I suoi occhi saranno grandi e profondi, le sue orecchie limpide e piene di risonanza. La sua bocca tacerà ma le labbra, quando si apriranno, annunceranno il bene. Non temere e va’ a casa !”

E Mendel Singer finalmente si riposò dal peso della felicità e dalla grandezza dei miracoli.

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3 risposte a La canzone di Menuchim

  1. Grazie per avermelo consigliato a suo tempo. Sono arrivata in fondo ed è stato bello arrivarci.
    Il percorso è triste, a volte mi metteva l’ansia, per non parlare di quando esplode la rabbia di Mendel (Io sono solo e voglio essere solo. Per anni ho amato Dio e lui mi ha odiato. Per anni l’ho temuto, ora non può farmi più nulla. Tutte le frecce della sua faretra mi hanno già colpito. Ormai può solo uccidermi. Ma per questo è troppo crudele. Vivrò, vivrò, vivrò.). Poi quella conclusione che non mi aspettavo. Grazie ancora. Ciao:). Marilena

  2. giannitos ha detto:

    Sono contento che ti sia piaciuto. E’ uno dei miei libri preferiti.

  3. Pingback: L’ospite  | CorpoAnima&Frattaglie

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