Hebron

Hebron (al-Khalil per i palestinesi) è uno dei luoghi in cui il conflitto fra Israele e i palestinesi appare più evidente e insolubile.
Nel 1929 ci fu un massacro di ebrei da parte di arabi;  nel 1994 il colono Baruch Goldstein sparò sui musulmani in preghiera nella Moschea di Ibrahim (Tomba dei Patriarchi per gli ebrei), uccidendone 29 e ferendone 125. Con la guerra dei sei giorni  la città fu occupata da Israele con il resto della Cisgiordania, dando luogo all’insediamento di ebrei nella città e soprattutto nelle colline circostanti.
A seguito degli Accordi di Oslo (1993-1995) con  il Protocollo sul riposizionamento a Hebron (gennaio 1997) la città fu divisa in due zone, H1 sotto controllo dell’ANP e H2 occupata dall’esercito israeliano.

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Per strada  incontriamo gli osservatori del T.P.I.H., fra cui un carabiniere italiano che ci spiega la situazione.
Il suq è deserto, ci sono pochissimi negozi aperti, di qui non passa nessuno: i coloni occupano le case sopra e lanciano di tutto (le reti di protezione ne trattengono una parte). Il confronto con le altre città  arabe è davvero triste.

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Per raggiungere la Moschea di Ibrahim-Tomba dei Patriarchi, passiamo un check-point all’uscita del suq. Il grande edificio è diviso in due, con accessi diversi controllati dai soldati israeliani.

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La parte musulmana è una moschea, ma non c’è nessuno, salvo noi e alcuni turisti arabi.

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La tomba di Abramo è visibile da entrambe le parti: fra le due finestre un vetro antiproiettile. Dopo aver visitato la parte ebraica usciamo e pranziamo presso l’unica famiglia palestinese che abita nell’area israeliana.

 

Costeggiamo le case occupate dai coloni ebrei, percorrendo una strada interdetta ai musulmani (dobbiamo mostrare il passaporto ai soldati israeliani); la nostra guida palestinese ci attende dall’altra parte. Qui i vecchi negozi arabi sono tutti chiusi.

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Incontriamo un solitario soldatino, di guardia sotto il sole: la nostra guida palestinese ci propone di parlare con lui . Lui conosce pochissimo l’inglese e allora il palestinese traduce per lui in ebraico. Siamo italiani e americani, oltre ai due indigeni: una babele un po’ surreale. La Palestina non esiste, è la conclusione del soldatino.

 

Poi finalmente usciamo da questo posto deserto e claustrofobico, pieno di cartelli che ricordano la storia di Hebron secondo i coloni ebrei; attraverso l’ennesimo check-point sbuchiamo nella parte araba, un posto normale pieno di gente e colori.

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