La costanza della ragione

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E’ tempo di riletture. Torno spesso sulle parole di Sciascia e soprattutto su questo passaggio:

(…) un libro non esiste in sé, e non soltanto per l’ovvio fatto che la sua vera esistenza, al di là della sua fisicità, consiste nell’esser letto, ma soprattutto perché è diverso per ogni generazione di lettori, per ogni singolo lettore e per lo stesso singolo lettore che torna a leggerlo. (…) E sarebbe allora il rileggere un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi. Ed è perciò che la gioia del rileggere è più intensa e luminosa di quella del leggere.

La costanza della ragione lo avevo letto un paio d’anni or sono e non mi aveva entusiasmato. Ora che l’ho riletto rimango stupito dell’effetto molto diverso che mi ha fatto.

Ora mi domanda: “Ho fatto progressi ? Ma tu ascoltami, se qualche volta mi prendono delle paure. Non ti venivo vicino io, e ti portavo nel mio letto, le notti che da ragazzo stavi male ? E se ho fatto progressi, se mi sono rassegnata, come mamma posso almeno dirti che tu, quella figliola, dimenticala, distraiti, ti prego…”.
“No” le urlo. “Quest’altra mania annaffiala di lacrime quanto ti pare. Colano sul marmo, te l’assicuro.”

Chi parla è Ivana, vedova di un soldato disperso in guerra, e il figlio Bruno, protagonista e voce narrante. Siamo nel 1959, Bruno ha diciotto anni, Ivana trentasette e si sente vecchia. Il rapporto fra i due è difficile, ma in passato lo era ancora di più. Il romanzo si svolge sul filo dei dialoghi fra madre e figlio e su quello dei ricordi di Bruno, dall’infanzia ai mesi precedenti; due piani che si intersecano e talvolta paiono confondersi.
Pratolini lo scrive negli stessi anni in cui la vicenda si svolge. Nel 1947, alla morte del fratello, aveva scritto e pubblicato Cronaca familiare, con l’urgenza di parlare di lui e del loro rapporto. Forse qui c’è qualcosa di simile, la necessità di fare i conti con qualcosa ?

La costanza della ragione mi ha colpito anche perchè in qualche modo parla di me. In quegli anni avevo dieci anni meno di Bruno, vivevo vicino al centro e lui a Rifredi, la mia famiglia borghese la sua proletaria: eppure mi sono sentito vicino a lui. Sarà il mio rapporto difficile con la mamma, le ragazze, la politica…

La costanza della ragione è stato pubblicato per la prima volta nel 1963 (tre edizioni nel giro di pochi mesi); di recente la Bur lo ha ripubblicato – dopo quarant’anni dalla ultima edizione (1974) – insieme ad altre opere di Pratolini, che erano ormai reperibili solo nei due Meridiani (1993-1995). La costanza della ragione, insieme a Allegoria e derisione e Il mannello di Natascia, era rimasto escluso perché il previsto terzo Meridiano non è stato pubblicato.

Del romanzo ho la seconda edizione del 1963, un bel volume rilegato che porta benissimo i suoi 50 anni, pare che non sia mai stato letto; le pagine sarebbero immacolate ma il tempo le ha ingiallite. L’ho trovato a Venezia insieme ad altri di Pratolini, che mi sono costati in tutto meno della copia di Allegoria e derisione (prima edizione) acquistata in una libreria fiorentina.

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