Quei mostri della jihad. O no ?

Timbuktu

Ho visto Timbuktu, del regista A. Sissako, nato in Mauritania e vissuto in Mali, a Mosca e poi in Francia. È un bel film, premiato a Cannes e candidato all’Oscar per il miglior film straniero. Ma è anche un film che fa riflettere.
Uno vede i jihadisti del film e si chiede se sono credibili, confrontandoli con le immagini che appaiono tutti i giorni nei telegiornali, con le loro colonne di automezzi e le bandiere nere, con le distruzioni di reperti archeologici, con le uccisioni degli ostaggi. Ma non è che la TV ci mostra solo quello che i jihadisti vogliono farci vedere, il lato truce e terribile, senza alcuna crepa o incertezza ?

Fabio Ferzetti sul Messaggero dice che Sissako con questo film è ” il primo regista al mondo che riesce a raccontare l’orrore della Jihad senza esserne sopraffatto proprio perché rifiuta ogni retorica spettacolare per farsi carico del vero problema del cinema di fronte alla violenza: come raccontare le peggiori nefandezze senza farsene ipnotizzare, che sguardo opporre alla brutalità più tragica e cieca (…).
I jihadisti dunque arrivano a Timbuktu, perla del Mali, come è accaduto davvero nell’estate 2012, per imporre la loro legge con le armi. Ma il film non ne fa creature diaboliche (e affascinanti), anzi insiste su debolezze e goffaggini rendendoli ridicoli ma anche umani, e ancora più colpevoli. “

Questi uomini sono arrivati qui per imporre la loro ideologia aberrante, che si concretizza in obblighi e divieti imposti alla popolazione; amministrano la giustizia della sharia incarcerando, processando e condannando alla fustigazione, alla pena di morte (che per gli adulteri è lapidazione). Questi uomini appunto: dire mostri è facile e consolante. Sono uomini che compiono crimini orrendi contro i loro simili, sulla base di idee aberranti. Il film ci fa vedere anche il loro lato “normale” in cui non possiamo fare a meno di riconoscere la nostra umanità. Ma questo non li rende meno colpevoli, nè sminuisce la necessità di combattere le loro idee e contrastare la loro violenza e i loro crimini.

Naturalmente i giudici sapevano che sarebbe stato quanto mai confortante credere che Eichmann era un mostro (…). Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tutt’ora, terribilmente normali. (…) questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica (…) che questo nuovo tipo di criminale, realmente ‘hostis generis umani’, commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male.
(Hannah Arendt, La banalità del male, dall’Epilogo )

Quello che valeva per i criminali nazisti può valere per i criminali jiahdisti: uomini terribilmente normali e allo stesso tempo nemici del genere umano.

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