La sirena e il professore

Di recente ho sentito alla radio un ricordo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa; era il 23 dicembre, data di nascita dello scrittore nell’anno 1896. Nell’aprile del 1957 gli fu diagnosticato un cancro del polmone e il 23 luglio morì senza la soddisfazione di veder pubblicato il suo romanzo (1958), al quale l’anno successivo fu assegnato il Premio Strega.


Molti pensano che  Il gattopardo sia la sua unica opera, mentre negli ultimi anni della sua vita scrisse alcune opere minori fra cui il racconto La sirena, che ho riletto in questi giorni.

Scritto a cavallo del 1956 e il 1957, fu pubblicato  nel 1961 col titolo di Lighea (per volontà della vedova) all’interno del volume I racconti (che raccoglie le quattro opere minori). Di recente è stato pubblicato da solo.

Mi piacque quando lo lessi la prima volta qualche anno fa e mi è piaciuto ancora di più a rileggerlo, talvolta succede. Amo veramente tanto il modo di scrivere di Tomasi.

“Mi chiamo Paolo Corbèra, sono nato a Palermo, dove mi sono laureato in legge; adesso lavoro qui alla redazione della ‘Stampa’. Per rassicurarla, senatore, aggiungerò che alla licenza liceale ho avuto ‘cinque più’ in greco, e che ho motivo di ritenere che il ‘più’ sia stato aggiunto proprio per poter darmi il diploma.”
Sorrise di mezza bocca. “Grazie di avermelo detto, meglio così. Detesto di parlare con gente che crede di sapere mentre invece ignora, come i miei colleghi all’Università; in fondo in fondo non conoscono che le forme esteriori del greco, le sue stramberie e difformità. Lo spirito vivo di questa lingua scioccamente chiamata ‘morta’ non è stato loro rivelato. Nulla è stato loro rivelato, d’altronde. Povera gente, del resto: come potrebbero avvertirlo questo spirito se non hanno mai avuto occasione di sentirlo, il greco?
L’orgoglio sì, va bene, è preferibile alla falsa modestia; ma a me sembrava che il senatore esagerasse; mi balenò anche l’idea che gli anni fossero riusciti a rammorbidire alquanto quel cervello eccezionale. Quei poveri diavoli dei suoi colleghi avevano avuto l’occasione di udire il greco antico proprio quanto lui, cioè mai.

Anche il senatore Rosario La Ciuria – luminare di greco antico – è un siciliano che vive a Torino. I due si incontrano in un caffè, dove il giovane giornalista e il vecchio professore iniziano a conversare e finiscono per fare amicizia. Paolo Corbèra si inganna: il suo interlocutore gli racconterà successivamente come ha avuto occasione di sentirlo parlare, il greco antico. Siamo vicini alla conclusione, la sera prima che il professore parta per un viaggio importante.

Dunque nel 1887 avevo ventiquattro anni; il mio aspetto era quello della fotografia; avevo di già la laurea in lettere antiche, avevo pubblicato due opuscoletti sui dialetti ionici che avevano fatto un certo rumore nella mia Università; e da un anno mi preparavo al concorso per l’Università di Pavia. Inoltre non avevo mai avvicinato una donna. (…)
Mi ero svegliato da poco ed ero subito salito in barca; pochi colpi di remo mi avevano allontanato dai ciottoli della spiaggia e mi ero fermato sotto un roccione la cui ombra mi avrebbe protetto dal sole che già saliva, gonfio di bella furia, e mutava in oro e azzurro il candore del mare aurorale. Declamavo, quando sentii un brusco abbassamento dell’orlo della barca, a destra, dietro di me, come se qualcheduno vi si fosse aggrappato per salire. Mi voltai e la vidi: il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare, due piccole mani stringevano il fasciame. (…) Ma essa, con stupefacente vigoria emerse diritta dall’acqua sino alla cintola, mi cinse il collo con le braccia, mi avvolse in un profumo mai sentito, si lasciò scivolare nella barca: sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una coda biforcuta che batteva lenta il fondo della barca. Era una Sirena. (…)
Il canto delle Sirene, Corbèra, non esiste: la musica cui non si sfugge è quella sola della loro voce. “Parlava greco e stentavo molto a capirlo. -Ti sentivo parlare da solo in una lingua simile alla mia; mi piaci, prendimi. Sono Lighea, sono figlia di Calliope. Non credere alle favole inventate su di noi: non uccidiamo nessuno, amiamo soltanto.- (…)
“Così ebbero inizio quelle tre settimane. Non è lecito, non sarebbe d’altronde pietoso verso di te, entrare in particolari.”

Lighea se ne andrà alla fine dell’estate, chiamata dai compagni del mare per le feste della bufera.

– Addio, Sasà. Non dimenticherai.- Il cavallone si spezzò sullo scoglio, la Sirena si buttò nello zampillare iridato; non la vidi ricadere; sembrò che si disfacesse nella spuma.”

Nei giorni precedenti lei gli aveva tranquillamente parlato

“(…) dei non pochi amanti umani che essa aveva avuto durante la sua adolescenza millenaria: pescatori e marinai greci, siciliani, arabi, capresi, alcuni naufraghi anche, alla deriva su rottami fradici cui essa era apparsa un attimo nel lampeggiare della burrasca per mutare in piacere il loro ultimo rantolo.
– Tutti hanno seguito il mio invito, sono venuti a ritrovarmi, alcuni subito, altri trascorso ciò che per loro era molto tempo.-

L’indomani mattina il senatore partirà per imbarcarsi a Genova, salutando con affetto il giovane Corbera.

Il giorno dopo, all’alba, si telefonò da Genova al giornale: durante la notte il senatore La Ciura era caduto in mare dalla coperta del Rex che navigava verso Napoli, e benché delle scialuppe fossero state immediatamente messe in mare, il corpo non era stato ritrovato.

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