Carol 

Quando – poco prima di andare al cinema – ho cotto gli spinaci, non potevo immaginare che il mio gesto mi sarebbe apparso poi quasi un presagio. Al primo appuntamento Carol (imitata da Therese) ordina uova in camicia con spinaci, e un Martini Dry. Tornato a casa ho cenato con con spinaci e uova in camicia: un piccolo omaggio a un grande film. Purtroppo non avevo Martini Dry: così ho ripiegato su un rimasuglio di Chablis, che ci stava pure bene.

Non so perché ma aspettavo con ansia l’uscita di questo film, di cui avevo letto qualcosa: anche una intervista alla Blanchett, che mi aveva colpito. E così l’ho visto il giorno dell’uscita nelle sale.

In questo Carol di Todd Haines tutto cospira per farmelo piacere. Bella la storia, tratta dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith (1952); brava Rooney Mara, un po’ Audrey Hepburn ma non troppo; bravissima la stupenda Cate Blanchett.
E’ amore a prima vista ma il corteggiamento dura buona parte del film, fino all’esplodere della passione in una scena breve e quasi casta, disegnata con poche pennellate. Ecco, questo modo di raccontare per sottrazione (togliendo il superfluo, affinando l’essenziale) è ciò che amo in certi libri e film. Carol poi è un film che ti fa comprendere e accettare – forse anche un po’ invidiare – l’amore saffico.
E poi ci sono le cose che toccano certe mie corde: l’America degli anni ’50, che mi ricorda Revolutionary Roadla passione di Therese per la fotografia; e soprattutto Carol che si trova a scegliere fra l’amore di Therese e la possibilità di vivere accanto alla figlia. E alla fine lo sguardo delle due donne, di quelli che vorresti incontrare qualche volta nella vita.

È un film molto americano, e non perché è ambientato in America. Un film così non si può fare in Europa o in un’altra parte del mondo. Non saprei spiegare perché ma so che è così.

Insomma uno di quei rari film che esco dal cinema con la voglia di rivederlo, preferibilmente insieme a un amico (anche donna).

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