Accabadora 

Stavo rileggendo con grande soddisfazione Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić quando – per una felice combinazione – una amica mi ha consigliato di leggere Accabadora: ho scaricato un estratto, l’ho letto ed ho deciso di prendere subito l’ebook. In meno di due giorni l’ho finito (è piuttosto breve).

  

Fillus de anima. È cosí che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai. Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l’errore dopo tre cose giuste. Le sue sorelle erano già signorine e lei giocava da sola per terra a fare una torta di fango impastata di formiche vive, con la cura di una piccola donna.

Ambientato in Sardegna negli anni ’50 (quelli della mia infanzia) il romanzo di Michela Murgia è molto bello. La cosa che mi ha colpito subito è stata la scrittura, asciutta ed espressiva: aderisce perfettamente alla realtà di una società che pare ferma nei secoli (e cambia quando Maria si trasferisce a Torino).

E poi la trama, avvincente e attualissima per i temi che la innervano: la maternità e la dialettica sofferenza/morte, per dire solo i principali.

Mangia Maria, che ti crescono le tette! –cosí diceva Tzia, battendosi una mano sul poco seno rimastole. Maria ridendo mangiava i frutti a due a due, poi correva in camera con i semi dei fichi ancora tra i denti a controllare, perché tutto quello che diceva Tzia Bonaria era legge di Dio in terra. Eppure in tredici anni che visse con lei, nemmeno una volta Maria la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa.

Tzia Bonaria non si è mai sposata, perché lui è morto nella Grande Guerra. È benestante eppure cuce vestiti per altri. E talvolta di notte esce, senza dire niente a Maria: quando, ormai ragazza, verrà a sapere quello che in paese solo lei ignora, se ne andrà via.

Bonaria Urrai la fissò, e Maria vide che la vecchia era stanca. –Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.

E alla fine Maria capirà.

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