Sicilia, mon amour

 

   
Quando i cacciatori giunsero in cima al monte, di fra i tamerici e i sugheri radi apparve  l’aspetto vero della Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche ed aranceti non sono che fronzoli trascurabili. L’aspetto di un’aridità ondulante all’infinito, in groppe sopra groppe, sconfortate e irrazionali delle quali la mente non poteva afferrare le linee principali, concepite in una fase delirante della creazione; un mare che si fosse pietrificato in un attimo in cui un cambiamento di vento avesse reso dementi le onde.

(G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)

Non ricordo quando è iniziata la mia infatuazione per la Sicilia. Forse quando ho letto per la prima volta Il Gattopardo: avevo più o meno l’età di Tomasi di Lampedusa quando iniziò a scriverlo, nel 1954. È stato finora un amore piuttosto platonico: nel lontano 2007 tentai un approccio, respinto con la complicità del maltempo. Ora ci riprovo, a maggio, una settimana a Palermo e nella zona occidentale, che all’epoca visitai solo in parte. La compagnia è ottima. E chissà se questa volta l’amore sboccerà davvero (credo proprio di sì).

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