Le casette e il grattacielo 


Sono seduto su una panchina del giardinetto di via della Casella e ripenso al passato.

Fino al 1969 non sapevo nemmeno che esistessero le “case minime” e non ero mai stato in questa parte della città oltre l’Isolotto fra Ponte a Greve e S. Bartolo a Cintoia. Mi ci portò una amica, per dare una mano al doposcuola popolare organizzato dal gruppo di cattolici collegati alla Comunità dell’Isolotto.

Qui ebbi il mio primo vero incontro con la povertà. Le case  minime erano state  costruite negli anni ’50 qui e in altri quartieri periferici dall’Amministrazione La Pira, come prima risposta alla grande fame di case di famiglie non in grado di pagare affitti a prezzi di mercato. Molti provenivano dal Centro sfrattati  che dal 1945 al 1968 fu in via Guelfa, nell’ex monastero di S. Orsola, sede della Manifattura Tabacchi dagli inizi dell’800 fino al 1940.

Ho parlato di povertà ma c’era anche degrado e situazioni di miseria. Erano costruzioni prive di fondamenta, che il Comune avrebbe dovuto sostituire con abitazioni migliori nel giro di 10 anni. Ciò non accadde e le case minime sono ancora lì, dopo una ristrutturazione di qualche decina di anni fa.

Ho vissuto in via della Casella dal 1975 al 1985; qui è nato il mio primo figlio. Poi sono tornato a vivere da queste parti all’inizio del nuovo millennio. Negli stessi anni davanti alle case minime è spuntato l’enorme fungo del Warner Village, multisala e centro commerciale; e poi il grattacielo, un albergo di lusso che svetta sulle casette e crea un contrasto forte e spiacevole.

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