Latino sì latino no 

Ieri “cena degli avanzi” nel senso del cibo e anche di noi, avanzi di liceo (la Manu, Paolino detto l’oracolo, il dotto Sergio e io; c’era anche la Simona, che per sua fortuna non appartiene alla categoria). 

Per la cena da segnalare l’esperimento sfincione, parzialmente riuscito: ma di questo si parlerà a parte.

Prima durante e dopo la cena, al solito, si discute su vari temi: finché si arriva, – non so come – a un dilemma amletico: latino o non latino ? Le posizioni appaiono subito chiare: due favorevoli, una che era contraria e poi si è ricreduta, un solitario avversario.

Oggi ho cercato qualcosa per chiarirmi le idee: sì, perché io sono tanto profondamente quanto istintivamente convinto della bontà dello studio del latino; ma, se devo argomentarlo mi limito a dire che insegna a pensare, parlare e scrivere, sulla base della mia personale esperienza. 

Per primo, sul web, in questo articolo trovo una premessa importante:

(…) l’apprendimento di una disciplina non è strumentale all’apprendimento di una competenza che deve essere acquisita. La nostra scuola è diventata una scuola delle competenze (del saper fare) spesso svincolate dalla cultura. Le antologie, talvolta, propongono la lettura di una poesia per conseguire una competenza, per imparare un aspetto di stile, o una figura retorica o quant’altro. Questa è una operazione violenta che rischia di far disinnamorare i ragazzi alla lettura, alla poesia, alla narrativa.

Poi c’è la questione della palestra, spiegata qui 

(…) la fatica richiesta per capire un testo classico, quella ricerca lenta, certamente complicata e a volte frustrante che matura più che dalla meccanica applicazione di regole grammaticali imparate a memoria, dal consapevole utilizzo di tecniche, di acquisizioni logiche e lunghe sedute di severa o brillante intuizione, serve (si perdonerà il voluto uso di questo verbo utilitaristico) come una palestra mentale, in cui ci si esercita con gli strumenti di Sallustio e Seneca, ma per addestrare muscoli pronti anche a misurarsi con equazioni o ‘partite doppie’ commerciali.

E infine qui

Studiare il latino non significa infatti solo imparare mnemonicamente regole o applicarle meccanicamente in costrutti astratti, né esercitarsi in pratiche vetuste e inutili (…) Significa, attraverso la traduzione e l’analisi di una lingua che è matrice originaria della propria, addestrarsi a risolvere problemi complessi in astratto e nella pratica: utilizzando conoscenze di regole e usi, intuizione, creatività, fantasia, criticità. Significa riflettere sulla nostra lingua attuale, sulle piccole variazioni e oscillazioni dei significati e delle rappresentazioni che danno consistenza, attraverso la parola, a ciò che senza di essa non esisterebbe, perché non percepibile o non comunicabile. E questo ancor più è importante oggi, quando attraverso la concentrazione e la semplificazione del linguaggio imposto dagli sms, dalle e-mail rischiamo di trascurare completamente il dettaglio, la sfumatura, il particolare più profondo che mette in luce la differenza tra l’io e l’altro, che fa emergere l’originalità …

Poi trovo questo libello di Luciano Canfora e decido di leggerlo.

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