un morceau du Maroc

L’economia aziendale in prima superiore è un po’ come l’arabo per un giapponese: i ragazzi non hanno la più pallida idea di cosa sia un’azienda nella realtà, a meno che l’insegnante non provi a dargliela, anche solo con quel magico strumento che risponde all’acronimo LIM (nel nostro caso si guarda bene dal farlo). Khadija, la mia unica allieva (di cui sono insegnante tuttofare) l’arabo lo conosce bene: è nata in Marocco, vive in Italia fin da piccola e non si rende bene conto della fortuna di avere – praticamente – due lingue madri.


Dopo l’economia aziendale l’ho accompagnata a casa e sono stato invitato a sedere a tavola; mancava più di un ora al pranzo e si mangiucchiava pane appena fatto intinto nell’olio, torta, noci e arachidi con il tè alla menta che adoro. Safaa e Anaa, le gemelline ultime nate, partecipavano a modo loro al convivio; Yassin e Adam, più grandi, si affacciavano ogni tanto.  Nel frattempo Fatima, la mamma di tutta codesta prole, cucinava il couscous e una tajine di carne e verdure. A malincuore ho rifiutato l’invito a pranzo.

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