Biella e poi

I miei vicini di campeggio sono simpatici e beneducati: padre e madre con due figlie. Sono biellesi, non avevo mai conosciuto nessuno di Biella. E poi hanno una roulotte, in questo paese di camperisti (anch’io lo sono stato, ma alla fine non per scelta). Quindi tutto bene ? No, però il festone di palle colorate illuminate non si pò proprio vedè, come dicano i pisani.

Mentre stavo per pubblicare questo post su Facebook, luogo di cazzeggi, proprio loro mi invitano a prendere il caffè.

E comincia una lunga bella chiaccherata, non del più e del meno: di figli e di scuola, di Firenze e di Biella, di vacanze e altro. Scopro che Biella è in Piemonte e non in Lombardia come pensavo (anch’io talvolta di frequente sbaglio). Com’è Biella ? gli chiedo; mi risponde che è una città tagliata fuori, soprattutto per la crisi della industria tessile (1).

E si finisce a parlare di risaie e di riso (il vercellese è proprio lì sotto; quindi di panissa e di fritto misto alla piemontese.
Panissa, mai sentita. Anzi sì, quella ligure: una polenta di farina di ceci tagliata a fette e fritta, mangiata dentro il pane; molto simile al pane e panelle siciliano. Quella piemontese è tutt’altro: riso, fagioli, lardo o cotenna, salame sotto grasso e altro.

Dopo aver lavato i fagioli, provvedete a metterli a bagno in acqua abbondante. Trascorse 12 ore, mettete i fagioli in brodo di carne e fateli bollire fino a cottura (circa 80 minuti). Preparate un soffritto con trito di lardo, salame sottograsso, un po’ di cipolla tritata e un cucchiaino di olio extravergine d’oliva. In un tegame ( consigliamo di rame stagnato) mettete il riso e fatelo tostare. Sfumare con il vino rosso a piacere e lasciatelo evaporare. Aggiungete il brodo (caldo) gradatamente. Poco prima che la cottura sia ultimata, spegnete il fuoco e lasciate riposare la panissa, in modo che il riso assorba  il condimento residuo.

Da provare subito.

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(1)  (…) si rimpiangono i tempi in cui la città si sentiva provincia ricca e cosmopolita allo stesso tempo, al centro dei principali accadimenti politici e storici. 
(…) Con il boom economico del dopoguerra la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della città-fabbrica e di quella monocultura industriale che spinse Cavour a definirla “la Manchester italiana”, con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia. 
(…) Il declino, lento, è cominciato ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino.

( da Internazionale)

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