Villa Orizzonte, le stanze e gli oggetti

Salgo dunque le antiche scale e mi trovo immerso in un piccolo mondo antico. D’ora in avanti le immagini valgono più della parole.


La cucina è una grande stanza, con un camino, un grande tavolo, il lavello in pietra e tante cose originali, come questo enorme macinacaffè. 

 

 
E la sala da pranzo, con un tavolo che si allunga con un piccolo capolavoro di meccanica.


Un salottino e uno studio.


Per certi mobili in stile Liberty darei non so cosa.

Da questo stanza oscura si esce nel parco (alla prossima puntata).

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Arrivo a Villa Orizzonte

Passo la frontiera a Ponte Tresa: quel ramo del lago di Lugano che volge ad occidente e biforcandosi forma un laghetto collegato da una sorta di  cordone ombelicale in cui passa il confine frastagliato che divide le acque e le terre fra Svizzera e Italia. È la prima volta, ma non ho tempo per il lago e la città, sono qui per altro. Risalgo la valle della Tresa inerpicandomi per le colline ricoperte di boschi e di vigneti fino al borgo di Castelrotto. 


Sono qui per Villa Orizzonte, il Palazz che domina il paese dall’alto facendo da contrappunto – visivo e simbolico – alla chiesa di San Nazzaro, sul lato opposto. È una dimora storica, una vera e propria casa-museo. Ma udendo e mirando mi rendo conto che è molto di più. 

Villa Orizzonte è un crocevia di storia e di storie, un luogo della memoria. In questo coagulo all’inizio fatico a seguire i fili che da qui si dipanano: due nazioni, due famiglie, la vigna, la scuola, un memoriale. Ma presto mi trovo a viaggiare con la testa e col cuore, guidato e accompagnato da Guido e Manuela, amici preziosi. 

Fatto ingresso sotto le volte dell’atrio del vecchio Palazz (ridipinte ai tempi dell’Art Nouveau) fra le modeste armi appese in stile un po’ neogotico, il visitatore è accolto dai ritratti di famiglia allineati alle pareti intonacate a trompe l’oeil di finto marmo, suddivisi in due rami. Sulla destra e sulla sinistra i Rossi, patriziato ticinese professionale e terriero: Giovanni senior (1769-1836) e il figlio Pietro con le rispettive consorti. Di fronte i Baragiola, borghesia risorgimentale comasca insediatasi in Ticino alla svolta del 1848: Giuseppe senior (1807-1889) e i figli, Emilio e Fausto, sopra il colossale volume Istituto Baragiola / Riva S. Vitale / Canton Ticino (Svizzera). Due Patrie in famiglia tramandate per ben cinque generazioni, la libera Repubblica del Cantone Ticino, a partire dall’Atto napoleonico di Mediazione (1803), e il Regno d’Italia, fin dai suoi prodromi in quello a sua volta napoleonico (1805) e nella Repubblica Cisalpina (1797).

(da OASI, Venti anni di “Porte aperte” sulla memoria privata di Villa Orizzonte… di Fabio Guindani)

Le vicende dell’edificio e della circostante tenuta vitivinicola sono da sole una bella testimonianza della storia del ventesimo secolo (1).

Al piano terreno, nelle stanze che contornano l’atrio, ci sono alcune sezioni propriamente didattiche (la storia, la memoria privata, la cantina). Poi si sale per le antiche scale e ... ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta.

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(1) “Nell’anno 1900, a seguito delle nozze Rossi-Baragiola, il Palazz, pur rimanendo tale nella tradizione orale, assumerà la funzione e il nome di villa borghese di campagna, Villa Orizzonte. Residenza della tenuta “Vallombrosa”, allora fondata da Giovanni Rossi con il fratello Domenico, alla morte del primo (1926) la villa tornerà allo statuto di residenza primaria dello stesso Domenico Rossi, della moglie Angelina Baragiola e del figlio, Emilio Rossi Baragiola. Estinto il ramo diretto nel 1949, la proprietà passerà alle nipoti Baragiola. Ma siamo ormai agli anni dell’abbandono della terra in Ticino e la tenuta “Vallombrosa” (oggi di proprietà Tamborini) sarà venduta (1956). Villa Orizzonte, col suo parco e il vigneto del ronco, diventa casa di vacanze estive, ridotta a un numero civico senza nome e identità. Fin quando, dopo alterne vicende, il crollo del Muro di Berlino concluderà il “Secolo breve” (1914-1989). Sono intanto sopraggiunti i neoagrari che rilanciano il “vino cantonale” preconizzato da Giovanni Rossi, consigliere di Stato e viticoltore dilettante: “un vino tipico (ticinese, chiamar si voglia)” a superamento delle varietà locali, che sappia affrontare il mercato nazionale (e, chissà, internazionale) del nuovo XX secolo – come il Rossi scrive nel 1908 ne La Ricostituzione dei Vigneti nel Cantone Ticino. Emblema dell’identità cantonale fino agli anni ’50, il Merlot del Ticino si affermerà a fine secolo sul piano enologico.”

(da OASI, Venti anni di “Porte aperte” sulla memoria privata di Villa Orizzonte… di Fabio Guindani)


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Ma cos’è questo aglione ?


Ho fatto i pici all’aglione, utilizzando una pasta artigianale (prodotta in quel di Grosseto) che si avvicina abbastanza ai pici caserecci.

Aglione: pensavo che il termine si riferisse alla quantità di aglio da mettere nella salsa di pomodoro. E invece scopro che l’aglione è cosa diversa dall’aglio e che lo si produce nella Val di Chiana.

Si tratta di un aglio gigante dal caratteristico aroma privo di alliina e dei suoi derivati. E’ di colore bianco tendente all’avorio, ha una forma quasi sferica con leggero schiacciamento ai poli. Possiede all’interno generalmente sei bulbilli, separati e di grandi dimensioni, e può raggiungere anche il peso di 800 grammi. Ha un gusto estremamente delicato. 

(da Slow Food)

Non è semplicemente una varietà di aglio di grandi dimensioni e di gusto delicato: dal punto di vista botanico infatti ne è lontano parente. Il nome scientifico è Allium ampeloprasum var. Holmense: fa parte del genere Allium, come l’aglio comune (allium sativum), la cipolla (allium cepa) e il porro (allium ampeloprasum). Proprio del porro è quindi l’aglione parente stretto.

Qualche anno fa in un post analogo concentravo la mia attenzione sull’uso del peperoncino nella salsa all’aglione, trascurando, per mia insipienza, la questione ben più importante di aglio/aglione. 

Anche in La cucina toscana di Giovanni Righi Parenti si parla di aglio per la salsa in questione. È probabile che l’uso del vero aglione si fosse perso, fino a quando la pianta – alcuni anni fa – è stata recuperata alla produzione.

Consiglio infine al mio interlocutore di allora, l’amico Paolo Piazzesi (autore del pregevolissimo Dizionario eno-gastronomico della cucina toscana) di tener presente questo scoop per un eventuale aggiornamento della suddetta opera.

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Del Savore (e dell’agresto)


Oggi al calar del sole sono stato in vigna a coglier l’uva acerba per fare il Savore. Non è stato facile perché quest’anno l’uva non è ancora matura ed è già dolce: e invece deve essere aspra, sennò non è agresto, il succo.

L’ultima volta che ho mangiato il Savore saranno trent’anni: lo faceva la nonna Giustina e nessun altro che io abbia conosciuto. I parenti di Compiobbi la rifornivano di agresto, che secondo il Dizionario degli Accademici della Crusca (4° edizione, 1729-1738) significa:

– Uva acerba.
– Dicesi anche Agresto, il Liquore [nel senso di liquido] che si cava dell’agresto premuto, il quale s’insala, e si serba per condimento.
“L’agresto vuol essere d’uve tutte d’una fatta, e si deono cogliere i grappoli avanti che abbiano punto del maturo”

La ricetta che segue è una delle possibili varianti, quella della nonna (ne parlavo qui un po’ di anni fa).
Si triturano 10 noci in un mortaio dopo averle spellate immergendole in acqua bollente; si aggiunge un pugno di mollica di pane intrisa di agresto e strizzata, un trito di due spicchi d’aglio e prezzemolo, sale e se gradito pepe. Poi si incorpora olio di oliva fino ad una densità analoga ad una pastella (rimarrà però granulosa per via del pane e delle noci). Il gusto è particolarissimo: a noi piaceva perché ci veniva data fin dalla più tenera età, a Natale ad accompagnare il lesso.

Nella stessa edizione del  Dizionario degli Accademici della Crusca alla voce savore si legge:

– Sapore
– Savore, è anche una Salsa fatta di noci peste, pane rinvenuto, agresto liquido, e altri ingredienti.

Dunque questa salsa esisteva già secoli fa, ai tempi in cui l’agresto era assai usato in cucina.

L’unico libro di cucina in cui ho trovato questa salsa è Il cucinaio. Calendario delle vivande del contado fiorentino, “un corpus di ricette, cui abbiamo dato forma di almanacco intendendo appunto alludere alla forza e alla profondità del rapporto fra cibo e tempo nella cultura contadina”. Il Savore è in agosto perché in questo mese si trova l’uva acerba al punto giusto per farne agresto. L’autore mette anche mandorle, assenti nella ricetta della nonna: le escluderò, nel tentativo di ritrovare quel gusto lontano.

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LEKEA


Montare una cassettiera dell’IKEA con 40º e un ventilatore: anche seguendo le istruzioni è dura, ma per me è pure una soddisfazione. E mi torna in mente – per associazione di idee – il tempo trascorso con il Lego e mio figlio: erano gli anni ‘80, Fabio era un bambino. All’inizio furono i mattoncini, poi si passò alle astronavi: anche qui si dovevano seguire con precisione le istruzioni, almeno la prima volta che si apriva una nuova scatola di Lego. Poi il gioco cambiava e il divertimento era l’assemblaggio creativo.

Ore e ore trascorse a giocare insieme, mi divertivo più o meno quanto lui, mi pareva di tornare bambino: il ricordo è ancora vivido e piacevole (e sono passati più di trent’anni). Fabio si ricorda di certo dov’è finita quella scatolona di legno con tutti i pezzetti di Lego spaziale.

 

Fu proprio nel 1978, l’anno di nascita di Fabio, che Lego lanció la serie Space.

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La terra promessa

La Brompton elettrica la aspettavo come gli ebrei la terra promessa.


Per questa inglesina sono disposto a rinunciare alla stupenda imponente crucca.

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Biella e poi

I miei vicini di campeggio sono simpatici e beneducati: padre e madre con due figlie. Sono biellesi, non avevo mai conosciuto nessuno di Biella. E poi hanno una roulotte, in questo paese di camperisti (anch’io lo sono stato, ma alla fine non per scelta). Quindi tutto bene ? No, però il festone di palle colorate illuminate non si pò proprio vedè, come dicano i pisani.

Mentre stavo per pubblicare questo post su Facebook, luogo di cazzeggi, proprio loro mi invitano a prendere il caffè.

E comincia una lunga bella chiaccherata, non del più e del meno: di figli e di scuola, di Firenze e di Biella, di vacanze e altro. Scopro che Biella è in Piemonte e non in Lombardia come pensavo (anch’io talvolta di frequente sbaglio). Com’è Biella ? gli chiedo; mi risponde che è una città tagliata fuori, soprattutto per la crisi della industria tessile (1).

E si finisce a parlare di risaie e di riso (il vercellese è proprio lì sotto; quindi di panissa e di fritto misto alla piemontese.
Panissa, mai sentita. Anzi sì, quella ligure: una polenta di farina di ceci tagliata a fette e fritta, mangiata dentro il pane; molto simile al pane e panelle siciliano. Quella piemontese è tutt’altro: riso, fagioli, lardo o cotenna, salame sotto grasso e altro.

Dopo aver lavato i fagioli, provvedete a metterli a bagno in acqua abbondante. Trascorse 12 ore, mettete i fagioli in brodo di carne e fateli bollire fino a cottura (circa 80 minuti). Preparate un soffritto con trito di lardo, salame sottograsso, un po’ di cipolla tritata e un cucchiaino di olio extravergine d’oliva. In un tegame ( consigliamo di rame stagnato) mettete il riso e fatelo tostare. Sfumare con il vino rosso a piacere e lasciatelo evaporare. Aggiungete il brodo (caldo) gradatamente. Poco prima che la cottura sia ultimata, spegnete il fuoco e lasciate riposare la panissa, in modo che il riso assorba  il condimento residuo.

Da provare subito.

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(1)  (…) si rimpiangono i tempi in cui la città si sentiva provincia ricca e cosmopolita allo stesso tempo, al centro dei principali accadimenti politici e storici. 
(…) Con il boom economico del dopoguerra la città era divenuta la capitale mondiale della lana grazie a un know how antico: i primi statuti per regolare l’attività tessile risalgono alla metà del duecento e le prime tracce della lavorazione della lana addirittura all’età preromana. Oggi che quella stagione è agli sgoccioli, Biella vive una crisi d’identità, come se non riuscisse a farsi una ragione del tramonto della città-fabbrica e di quella monocultura industriale che spinse Cavour a definirla “la Manchester italiana”, con 1.870 aziende e 50mila operai negli anni del boom economico, gran parte dei quali arrivati dal Veneto e dal sud Italia. 
(…) Il declino, lento, è cominciato ben prima della crisi globale. Nel 2000, quando accorpamenti e delocalizzazioni avevano già ridotto a un terzo il numero delle imprese, i lavoratori erano scesi a 28mila e si producevano 36 milioni di metri di tessuto. Nel 2008, ancora prima che la recessione piombasse come uno tsunami sull’industria biellese, erano scesi a 30 milioni. La crisi economica ha travolto un settore già in declino.

( da Internazionale)

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