a Matera e ritorno

Domani si parte con destinazione PAESTUM, templi e bufale. Poi verso MATERA , passando per ALIANO dove Cristo non arrivò essendosi fermato a Eboli.

Al ritorno chissà, forse la Certosa di San Lorenzo a Padula e forse Ercolano, ancora lì ai piedi del formidabil monte sterminator Vesevo.

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Casa d’altri

All’improvviso dal sentiero dei pascoli, ma ancora molto lontano, arrivò l’abbaiare di un cane. Tutti alzammo la testa. E poi di due o di tre cani. E poi il rumore dei campanacci di bronzo.

Silvio D’Arzo è lo pseudonimo di Ezio Comparoni (1920-1952).

La Scuola Penny Wirton (dal romanzo per ragazzi di D’Arzo) a questo racconto lungo generalmente considerato la sua opera migliore.

C’è quassú una cert’ora. I calanchi ed i boschi e i sentieri ed i prati dei pascoli si fanno color ruggine vecchia, e poi viola, e poi blu: nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari lí giú fino a borgo. Le capre s’affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. Allora mi vien sempre di piú da pensare ch’è ormai ora di preparare le valige per me e senza chiasso partir verso casa. Credo d’avere anche il biglietto. Tutto questo è piuttosto monotono, no?

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Maquillage

La signora è vestita di nero, giaccone imbottito gonna calze pesanti e stivali, tutto nero. Avrà più o meno cinquant’anni, un aspetto né elegante né dimesso, una borsetta e una borsa con cui occupa parte dei sedili adiacenti; a quest’ora la tramvia non è molto affollata.

Sei salito a Nenni-Torregalli insieme a B. e sei andato a sederti proprio di fronte a lei: non è bella ma ha un certo non so che, nonostante i lineamenti piuttosto duri, forse è slava. Appena il tram riparte apre la borsa e prende un tubetto col quale applica su tutto il viso tratti di una crema marroncina, che distribuisce con un dischetto guardandosi a un piccolo specchio. Inizia così, con naturalezza, il maquillage che prenderà tutto il tempo del percorso fino a S. Maria Novella, un quarto d’ora.

Ora è la volta delle ciglia, con l’apposito spazzolino; poi le palpebre e di nuovo tutto il viso con una sostanza diversa dalla crema precedente. Tu e B. la guardate e vi scambiate occhiate senza parlare, mai avresti pensato di trovarti dalla parte dello specchio con una donna che si trucca accuratamente.

E poi la matita per gli occhi e quella per il profilo delle labbra, il rossetto di un rosa spento, una passata di rosso sugli zigomi e le guance con un pennello grosso e corto.

Siete alle Cascine quando inizia a ripassare lo smalto nero sulle unghie. Deve aver calcolato bene il tempo necessario per tutte le operazioni, dato che finisce poco prima dell’arrivo a S. Maria Novella (di certo non è la prima volta). Dalla solita borsa trae delle cuffie per riparare le orecchie dal freddo e le mette; poi è la volta dei lunghi guanti neri di lana, dal gomito alle dita che restano scoperte. Il tram si ferma, la signora prende l’ombrello e scende. Finalmente tu e il tuo amico potete fare liberamente qualche commento.

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Da Fiesole alle Croci

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che abbiamo noi quando lasciamo Fiesole ...

Con quella faccia un po’ così,
quell’espressione un po’ così
che abbiamo noi
quando lasciamo Fiesole

Dopo tre mesi di permanenza ti dispiace lasciare l’amena collina dalla quale gli Etruschi scendevano a fare i loro bisogni a Firenze, come disse il babbo in un tema alle elementari.

È un bel posto per viverci, forse un po’ troppo chic per i tuoi gusti sobri; moderatamente invasa dai turisti, fuori dall’afa estiva della piana, vicina al Mugello, con un bellissimo teatro romano tuttora utilizzato per varie forme di spettacolo. E allo stesso tempo vicina alla città, con lo storico bus 7 che sale e scende.

E così ieri hai portato un po’ delle tue cose da Beppe e la Dona, su queste belle colline di Scandicci. Oggi sei tornato a prendere il resto per portarlo nel garage di S., con la macchina strapiena.

È la penultima tappa della tua piccola odissea durata due anni. Poi finalmente, a metà maggio, l’approdo nel porticciolo di via Pisana.

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Mezzo secolo, più o meno

Finalmente ti sei deciso a tornare nel luogo in cui hai trascorso tanta parte della giovinezza, chino sui libri: la BNCF. Ai tempi della grande alluvione del 4 novembre 1966 -studente ginnasiale – ancora non la frequentavi; e non eri fra gli angeli del fango, bensì nel fango del negozio di via Borgo la Croce, a recuperare maglie e camicie.

Poi al tempo del liceo ci andavi quasi tutti i giorni a studiare. La sala di lettura era sulla destra dell’atrio, ora è diventa sala cataloghi; e la sala di lettura è dalla parte opposta.

Sali gli antichi scalini in piazza dei Cavalleggeri ed entri, non senza una certa emozione. Richiedi la tessera di ingresso, ti fai autorizzare il prestito.

Quindi richiedi due libri per l’amico Sergio, professore di storia e filosofia in pensione, che sta preparando una conferenza sul secondo corpo d’armata polacco nella liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti e il suo comandante Wladyslaw Anders, figura quasi leggendaria.

Te ne vai, perché hai fissato con Sergio, devi dargli i libri. Un po’ ti dispiace, ma tornerai, fra qualche settimana, per riconsegnare i volumi e prendere in prestito Stilicone. La crisi imperiale dopo Teodosio.

La macchina del tempo ti porta nei primi anni ’60, in via Quintino Sella. Qui abitava il tuo amico Sandro, compagno di scuola alle medie e poi per tutte le superiori. Ora la casa l’ha trasformata nel suo studio dentistico e qui ora c’è Sergio che ti aspetta.

In Via Gaetano Pilati c’è il cancello del cortile. Questa stradina secondaria, che collega due grandi strade, all’epoca era poco o niente trafficata e forse lo è ancora. Ti ricordi ? Erano gli anni della scuola media, in quella stradina imparasti a guidare il motorino con il betino del babbo di Sandro.

Sandro si diletta a scrivere di storia romana, ti regala tre suoi libri; gli dici che proverai a leggerli e poi gli dirai. Poi ricordi che all’inizio del secondo anno di medicina gli vendesti gli strumenti da dissezione, avendo deciso di cambiare facoltà; ce l’ho ancora, ti dice, e ti fa vedere un bisturi che reca evidenti segni del mezzo secolo trascorso.

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Io penso

“Io…penso di far parte…diciamo/che sogno di far parte di quegli uomini/che quando uno li chiama, rispondono./Che fanno quello che bisogna fare /(…) Che ti guardano/in faccia, ti salutano/con la bocca e con gli occhi,/da pari a pari. Persone che ricevono/il mondo, e lo regalano”

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I migliori mesi

La somma felicità possibile dell’uomo in questo mondo, è quando egli vive quietamente nel suo stato con una speranza riposata e certa di un avvenire molto migliore, che per esser certa, e lo stato in cui vive, buono, non lo inquieti e non lo turbi coll’impazienza di goder di questo immaginato bellissimo futuro. Questo divino stato l’ho provato io di 16 e 17 anni per alcuni mesi ad intervalli, trovandomi quietamente occupato negli studi senz’altri disturbi, e colla certa e tranquilla speranza di un lietissimo avvenire. E non lo proverò mai più, perchè questa tale speranza che sola può render l’uomo contento del presente, non può cadere se non in un giovane di quella tale età, o almeno, esperienza.

(G. Leopardi, Zibaldone)

Dunque la felicità si fonderebbe sulla speranza, ma una speranza priva di impazienza; e sarebbe possibile soltanto in gioventù.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave. 

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