Parva sed apta mihi

Da dieci giorni nella casina di via Pisana. La vita sta tornando normale, oggi finalmente un bel giro in bicicletta e i ginocchi un po’ stanchi ma bene (ho ripreso il cortisone).

A poco a poco sistemo le cose in casa, cerco di creare un posto accogliente. Lo spazio è poco, le soluzioni devono essere pensate attentamente.

Iniziano gli inviti agli amici, non più di cinque per volta (nel tavolo aperto si sta bene in sei).

Dopo oltre due anni di peregrinazioni e trasferimenti è una bella soddisfazione.

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Dolor y Gloria

Troppa autobiografia, poco Almodovar (nel senso della leggerezza e della trasgressione). Non mi convince.

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Tel Aviv on Fire

Regista palestinese, produzione europea-israeliana.

Solito titolo italiano demenziale per una commedia molto riuscita.

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Zuppa inglese

In Toscana–ove, per ragione del clima ed anche perché colà hanno avvezzato cosí lo stomaco, a tutte le vivande si dà il carattere della leggerezza e l’impronta, dov’è possibile, della liquidità–la crema si fa molto sciolta, senza amido né farina e si usa servirla nelle tazze da caffè. Fatta in questo modo riesce, è vero, piú delicata, ma non si presta per una zuppa inglese nello stampo e non fa bellezza. Eccovi le dosi della crema pasticcera, cosí chiamata dai cuochi per distinguerla da quella fatta senza farina.

Così Pellegrino Artusi inizia, nel suo modo colloquiale, la sua ricetta di questo dolce un tempo in auge nelle famiglie fiorentine, oggi assai meno.

Mi piacciono assai i dolci, mi piace cucinare, non faccio dolci (a parte il castagnaccio). Questa volta però faccio un’eccezione, complice una ricorrenza di non poco conto e la mia passione per la zuppa inglese.

Crema pasticcera (parte alla cioccolata) e savoiardi inzuppati nell’Alkermes: tutto qui. Una passata nel frigo a rassodare e poi si mangia a temperatura ambiente. Nonostante sia di semplice esecuzione chiedo consiglio al mio amico Umberto, una vita fra il gelato e la pasticceria. Poi faccio una prova, perché in cucina non si improvvisa, ed ora ho la mia ricetta sperimentata; ovviamente ancora migliorabile con l’esperienza.

Per la crema utilizzo un litro di latte, sei uova, 200 grammi di zucchero, 70 di maizena e scorza di limone. Metto il latte sul fuoco basso mentre lavoro con la frusta i tuorli d’uovo con lo zucchero e la maizena, poi aggiungo un po’ di latte tiepido e amalgamo. Verso il tutto nel latte e porto a ebollizione mescolando; dopo qualche minuto di ebollizione la crema è pronta. Ne verso circa due terzi in una ciotola e la copro con pellicola. Alla crema rimasta nel tegame unisco il cacao amaro gradualmente con un colino, poi verso in ciotola come sopra.

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Sarah e Saleem

Il viaggio in Israele-Palestina di qualche anno fa è indimenticabile, per me. Questo bel film del palestinese Muayad Alayan mi fa tornare a quel tempo e in quei luoghi.

Non so perché ma mi sento irresistibilmente attratto da questa terra e da questi due popoli, così diversi eppure… eppure mi sembra che potrebbero convivere in pace con reciproco vantaggio. Basterebbe che nell’uno e nell’altro prevalessero gli uomini e le donne di buona volontà, capaci di colmare il fossato che entrambi hanno contribuito, in modo diverso, a scavare. Difficilissimo ma non impossibile, se si pensa ad altri muri che parevano incrollabili.

La storia di Sarah e Saleem, amanti contro ogni convenienza, è quasi una allegoria del rapporto fra i due popoli.

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Monterosa

Dopo la tragedia aveva preso un collie a cui aveva messo nome Dux. Il ragazzo non aveva capito e poi forse si era abituato; così che quando era cresciuto abbastanza per coglierne il senso non ci aveva pensato. Alcuni anni dopo – nel ’69 – il nostalgico aveva pagato in parte il viaggio del ragazzo diciottenne a Praga: voleva che vedesse gli orrori del comunismo.

Il suo unico figlio era morto in un incidente stradale, a diciassette anni; oggi ne avrebbe avuti più di settanta e il ragazzo di un tempo ne aveva qualcuno di meno.

Il vecchio parla degli anni del figlio mettendoli a confronto con i suoi novantasei, sano come un pesce e solo – quasi come un eremita – nonostante i molti nipoti e un fratello di qualche anno più giovane. Poi apre la porta ai ricordi. In genere si tratta dei viaggi in tutto il mondo, fatti insieme alla moglie, fino a quando lei è morta per una malattia incurabile, ormai quasi venti anni fa. Ogni volta la destinazione era una sorpresa per lei, fino al momento della partenza: un gioco innocente, forse non sgradito alla interessata.

Oggi la memoria del vecchio vaga nei dintorni innevati di Ulm nel Baden-Württemberg, nell’inverno 1943/44. E così il ragazzo di un tempo sente parlare per la prima volta della Divisione Monterosa; gli avevano raccontato che l’uomo era stato per diversi mesi in Germania, durante la guerra, e lui aveva pensato ai soldati italiani nei campi di prigionia, dopo l’8 settembre. No, il vecchio racconta di un addestramento di sei mesi, con istruttori della Wehrmacht. Dice anche dell’arruolamento come volontario a Firenze; il padre, grazie a delle conoscenze, era riuscito a farlo destinare alla contraerea di Scandicci ma lui no, non voleva imboscarsi ed era andato in un reparto combattente. Il vecchio parla anche della battaglia di Natale, a cui aveva partecipato con la Divisione Monterosa: sui monti fra Liguria Toscana e Romagna, a contrastare l’avanzata degli americani.

L’ingenuo ragazzo di un tempo prova a ricostruire le vicende, riferite dal vecchio senza ordine cronologico e senza riferimenti precisi.

Dopo la caduta di Mussolini e l’armistizio del 8 settembre 1943 si era costituita la Repubblica Sociale Italiana, nell’Italia centrale e settentrionale ancora sotto il controllo dell’esercito tedesco; era stata avviata la formazione di un Esercito Nazionale Repubblicano che sarà formato da quattro divisioni di cui una alpina, la Monterosa. Mentre oltre mezzo milione di soldati dell’esercito italiano erano stati disarmati dai tedeschi e condotti nei campi di prigionia in Germania, alcune decine di migliaia di volontari e coscritti della leva 1924-25 in tre campi della Wehrmacht intorno a Ulm erano addestrati da istruttori militari tedeschi.

La battaglia di Natale del 27 dicembre 1944 (operazione Wintergewitter) fu probabilmente l’unica azione offensiva lanciata congiuntamente dai reparti della Wehrmacht e dell’Esercito Nazionale Repubblicano (alcuni battaglioni delle Divisioni Monterosa e San Marco) nel corso della guerra, fu diretta contro i reparti statunitensi della 92a Divisione di fanteria, provocandone il ripiegamento e portando alla riconquista di alcuni villaggi della valle del Serchio; l’offensiva fu poi fermata dalla reazione dei reparti Alleati ed i reparti italo-tedeschi ritornarono sulle posizioni di partenza entro il 30 dicembre 1944.

Di quelli che si erano arruolati nell’esercito della RSI a vent’anni, chissà quanti avevano poi riconosciuto di aver scelto la parte sbagliata. Il vecchio no, per tutta la vita è rimasto fedele a quella scelta.

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L’Isolotto e la Casella

Finalmente ho visto la bella mostra l‘Isolotto1954-1975 alla Galleria Isolotto del vulcanico Virgilio Sieni, fratello del noto pizzicagnolo di Piazza dei Tigli.

La sento come cosa mia questa città satellite voluta da Giorgio La Pira e dal sindaco precedente Mario Fabiani. Negli anni in cui sorgeva il nuovo quartiere ero un bambino; da ragazzo forse non ne conoscevo neppure l’esistenza, di certo non c’ero mai stato. Poi alla fine degli anni ’60 un’ amica mi portò alla Casella a fare il doposcuola donMilaniano con la Comunità cristiana di base strettamente collegata a quella dell ‘Isolotto.


Le Case Minime de “La Casella”.

Procedendo verso i confini della città, ai margini dell’ex- Quartiere 5 (oggi Quartiere 4), sorge l’agglomerato delle Case Minime de “La Casella”, un altro di quei luoghi dove si ritrovano sul campo, uniti nell’azione, cattolici e comunisti.
Le Case Minime furono costruite negli anni ‘50 (a La Casella, a Rovezzano, a Novoli, al Galluzzo, al Ponte di Mezzo) dall’Amministrazione La Pira, come prima risposta alla grande esigenza di sistemazioni abitative per le tante persone non in grado di pagare affitti a regime di mercato.
Erano costruzioni a tempo, prive di fondamenta, che il Comune avrebbe dovuto sostituire con abitazioni migliori nel giro di 10 anni. Ciò non accadde e ne scaturì una quantità di problemi sociali.
E’ in questa situazione di notevole degrado, che si inserisce il lavoro di persone come Paola Torricini, Alberto Brunetti, Giampaolo Pazzi. Si tratta di un gruppo di cattolici che hanno come punti di riferimento Ernesto Balducci e Giorgio La Pira e che vanno a La Casella  per mettere in pratica il Vangelo. Nella baracca/chiesa di legno, costruita con l’aiuto dell’Amministrazione Comunale (il parroco è Sergio Gomiti, collaboratore di Enzo Mazzi all’Isolotto) si cominciano a fare  riunioni ed assemblee in cui si affrontano i problemi degli abitanti. Gli incontri nella baracca si fanno sempre più politici: si inizia a praticare il doposcuola, d’impostazione “milaniana”, assai prima che si sviluppi l’esperienza dei doposcuola e delle scuole popolari a livello cittadino.
Siamo nei primi anni ‘60. Insieme al doposcuola vengono organizzate gite e vacanze con i ragazzi, che diventano altrettante occasioni educative, mentre rinsaldano i rapporti di amicizia.
Man mano matura anche l’idea che non sia sufficiente organizzare attività di questo tipo perché si avverte anche l’esigenza di lottare perchè a livello istituzionale si cambi registro e si tenga conto dei bisogni e delle indicazioni della popolazione. E’ in conseguenza di tali considerazioni che nasce il Comitato Scuola de La Casella. Le persone venute da fuori, con atteggiamenti, all’inizio, un po’ “missionari”, intrecciano sempre di più la loro vita con quella degli abitanti. E si scopre insieme, sempre di più, il valore della politica come mezzo per cambiare il mondo.
Nel frattempo si è cominciato a stabilire contatti con le realtà esterne, in primo luogo con Ponte a Greve (qui sono situate le scuole, elementari e medie, dove vanno le ragazze e i ragazzi de La Casella). In seguito all’alluvione, nel 1966, si forma il Comitato della zona della Greve, che comprende San Quirico a Legnaia, Soffiano, Ponte a Greve, La Casella, San Bartolo a Cintoia, Sollicciano, Mantignano, Ugnano, e che opera in collegamento con gli altri Comitati sorti nelle varie parti della città. 
Il rapporto fra La Casella e Ponte a Greve si sviluppa in special modo sulle problematiche che riguardano la scuola. Nel dicembre 1970 si tiene un’assemblea all’interno della scuola Bechi, indetta dai genitori de La Casella e di Ponte a Greve, per richiedere doposcuola e corsi di lingua e per denunciare il sovraffollamento delle classi. Nel 1972 si giunge allo sciopero: le ragazze e i ragazzi della Bechi non vanno a scuola per protestare contro la mancata apertura del doposcuola della materna e del refettorio. Le iniziative di quello che ormai è diventato il Comitato Scuola de La Casella-Ponte a Greve portano a dei risultati concreti: nuove aule, l’apertura dell’asilo, della refezione, del doposcuola, il completamento del personale non insegnante. Progressivamente l’azione passa da un piano puramente quantitativo ad uno più qualitativo, che riguarda le modalità, i contenuti, gli obiettivi dell’educare. Si affronta così il problema di fondo del funzionamento della scuola, e cioè il suo essere discriminante nei confronti delle figlie e dei figli degli operai, dei contadini, della povera gente, cercando di cambiare radicalmente questo carattere classista (sono questi i temi di un’assemblea che si svolge, sempre alla Bechi, nel gennaio del 1973).
In questi stessi anni le tematiche si allargano al di là del mondo della scuola e delle condizioni delle case minime: si toccano questioni come l’inquinamento del fiume Greve, mentre ci si rapporta in modo stabile con i movimenti sviluppatisi in città alla fine degli anni ‘60 e nei primi anni ‘70, cogliendo il vento del ‘68 studentesco e del ‘69 operaio.
Nell’esperienza de La Casella hanno un ruolo importante anche forze della sinistra radicale, o extraparlamentare (attive pure in altre parti del Quartiere, ma piuttosto in secondo piano rispetto al PCI). E’ con il loro contributo, con il concorso di competenze specifiche presenti al loro interno, che vengono elaborati dei veri e propri progetti di risanamento delle case minime, sulla base dei quali si aprono delle vertenze con l’Amministrazione. L’intreccio sempre più forte con la realtà di Ponte a Greve (la locale Casa del Popolo, nata a fine ‘800, rappresenta un fondamentale luogo di vita collettiva democratica nel dopoguerra), fa sì che si stabilisca un rapporto stretto con i comunisti della zona. E’ proprio nella Casa del Popolo di Ponte a Greve che nel 1970 si svolge l’incontro nazionale dei gruppi di base impegnati sulle tematiche della scuola (doposcuola, scuole popolari, comitati genitori) promosso dal Coordinamento fiorentino di “Scuola e Quartiere”.

Moreno Biagioni

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