Stilicone e Mazzarino

Ne avevo parlato qui, ora finalmente sono riuscito a consultarlo. 1942, XX (dell’era fascista): settantacinque anni, portati bene; sfogliandolo mi rendo conto – con una certa emozione – che forse sono il primo o uno dei pochissimi che lo ha richiesto. In quegli anni lontani il Ministero dell’Educazione Nazionale (ministro Giuseppe Bottai) aveva inviato una copia del volume alla Biblioteca comunale di Firenze, dove è rimasto ignorato o quasi fino ad oggi.

È un’opera specialistica, questa di Mazzarino, ripubblicata soltanto nel 1990.

Nel 1942 Santo Mazzarino (1916-1987) aveva 26 anni (si era laureato a 20)

Scolaro presso i salesiani, nell’ottobre 1928 si iscrisse al liceo-ginnasio Cutelli, conseguendo precocemente la licenza liceale nel 1932; nel novembre dello stesso anno si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Catania, dove si laureò il 18 giugno 1936, con lode e diritto di pubblicazione, con una tesi dal titolo «Intorno alla storia romana nel periodo stiliconiano», sotto la guida di L. Pareti.

(Treccani – Dizionario biografico degli italiani)

Stilicone – La crisi Imperiale dopo Teodosio è la rielaborazione della tesi di laurea, compiuta negli anni in cui, avendo vinto il concorso per la cattedra di lettere greche e latine, era comandato presso l‘Istituto italiano per la storia antica.

Lo Stilicone segna una reale novità. La monografia si presenta come un’opera di storia politico-istituzionale e parte da un problema specificamente affrontato da Th. Mommsen: se l’Illirico appartenesse alla prefettura d’Italia o a quella d’Oriente, e se quindi la fallimentare politica di Stilicone fosse determinata dalla mal posta ambizione di unire la prefettura illirica all’Occidente, cioè alla parte dell’Impero a lui riservata. Il M., pur riconoscendo a Stilicone la volontà politica di mantenere l’unità dell’Impero, supera questa impostazione politico-istituzionale ponendo il problema della politica di Stilicone in rapporto alla situazione religiosa e sociale delle due partes dell’Impero. Stilicone fallisce perché ormai le due partes sono differenti: all’Oriente religioso, ormai «bizantino» nella stretta unione di potere e religione, di Stato e Chiesa, in cui le «classi medie», i curiali, sono solidali con lo Stato e con le gerarchie ecclesiastiche, si oppone l’Occidente, nel quale lo Stato e la Chiesa costituiscono entità autonome, l’aristocrazia senatoria, che possiede domini immensi e ha in mano tutta l’economia, si è ritirata nelle campagne e le classi medie cittadine non hanno alcun peso e ruolo. Da questo «fallimento», dall’insuccesso del tentativo – di Teodosio e del «teodosiano» Stilicone – di tenere uniti l’Oriente e l’Occidente che si riconoscono ormai diversi e ostili, nasce la società europea.

(Ibidem)

Successivamente – dal 1945 – fu professore universitario di storia antica a Catania e Messina e poi a Roma, dal 1963.

Per solidità di dottrina, per varietà e vastità di interessi, per originalità di pensiero Santo Mazzarino può considerarsi uno dei maggiori storici dell’antichità del 20° secolo. La sua produzione scientifica ha affrontato tutti i nodi fondamentali della storia antica, spaziando dalle età arcaiche e dal mondo orientale fino alla tarda antichità – e all’impero sassanide. Una dottrina impressionante, tradotta in opere e saggi di grande leggibilità e suggestività e in cui la sapienza filologica si sposa alla novità e all’originalità delle concezioni. Nel quadro della storiografia italiana del Novecento Mazzarino spicca pertanto come una figura di assoluta preminenza, manifestando tutte le caratteristiche della sua singolare personalità scientifica: la capacità di dominare una materia estremamente vasta, l’ampiezza di respiro storiografico, l’abilità analitica e insieme le straordinarie doti di sintesi, l’eccezionale capacità di rapportarsi ai problemi generali della cultura contemporanea e la raffinatissima erudizione su temi e aspetti particolarissimi della cultura antica e moderna. Per Mazzarino lo studio della storia antica è un’attività globale che non considera solo le fonti letterarie, epigrafiche, monumentali: è una ricerca che si nutre di fatti politici, sociali, economici; è, per così dire, una histoire à part.

(Treccani – Il contributo italiano alla storia del pensiero – Storia e politica (2013) )

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La buona lingua

La lingua italiana non sta per niente bene. Da radioascoltatore compulsivo mi succede spesso di sentire persone di buona cultura mettere il congiuntivo dove non va (che è peggio di non usarlo quando ci vuole), scegliere preposizioni a casaccio (tipo dipendere a qualcosa) e così via: insomma una diffusa trasandatezza. È grave ? No, ma è significativo perché si tratta di persone colte. E quel che è peggio è l’effetto diseducativo moltiplicato da radio e tv.

Poi c’è l’uso scriteriato di vocaboli inglesi all’interno dell’italiano. Un esempio: oggi alla radio un medico dell’Istituto Superiore di Sanità continuava a parlare di attività indoor, quando poteva dire tranquillamente “al chiuso”. Questo vizio di utilizzare termini inglesi senza necessità è doppiamente dannoso: in primo luogo rende difficile la comprensione del discorso; e poi impedisce la naturale diffusione della buona lingua.

Che fare ? Non lo so. Magari ognuno di noi, nel suo piccolo, potrebbe fare attenzione a come parla e come scrive (ad esempio su Facebook). Perché non è una questione di bell’italiano bensì di capire e farsi capire.

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Parlare e scrivere in buon italiano è utile. In radio e tv c’è chi dà il cattivo esempio. Che fare, nel nostro piccolo ?

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Facebook ed io

… Facebook mi aveva stancato da tempo, sia per la quantità di interazioni che mi sentivo chiamato a gestire sia, soprattutto, per una questione di design. Il coacervo di immagini e parole, l’abbondanza di notifiche, l’attenzione spasmodica al tempo presente, la difficoltà a recuperare i contenuti passati, i troppi video, lo scrolling infinito…

Giorgio Fontana, giovane scrittore, ha scritto su Doppiozero un articolo intitolato Tre anni senza Facebook.

È vero, la prima cosa che colpisce di Facebook è la sovrabbondanza di immagini e parole: una sorta di all-you-can-eat, a cui è difficile sottrarsi. Non avevo mai pensato invece alla preponderanza del tempo presente: eppure è così, non solo si parla quasi solo dell’oggi ma è quasi impossibile ritrovare qualcosa che hai scritto, commentato o condiviso. Il blog, da questo punto di vista, è tutt’altra cosa.

Ogni tanto mi succede di ripensare il mio rapporto con Facebook: amore e odio, utilità e dipendenza. È molto utile, soprattutto per le notizie e le segnalazioni: senza quella di Michela Murgia sul film Fabrizio De André principe libero, in sala per due giorni, me lo sarei perso. E poi gli articoli di giornali e riviste, soprattutto riviste.

Con certe persone ho rapporti solo o quasi su Facebook: meglio che niente, penso; ma di certo questo mi porta a non ricercare un rapporto personale.

Insomma facciamola breve, Facebook può essere utile e divertente -per me- con alcuni accorgimenti:

  • Fare pulizia dei contatti
  • Non lasciarsi attirare in inutili discussioni
  • Scrivere poco, prevalentemente linkando post del blog
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La sugna

Ho assaggiato i taralli sugna e pepe napoletani e mi sono piaciuti assai. Farina, lievito, acqua, pepe, mandorle e strutto.

A Napoli la sugna (‘nzogna) è lo strutto prodotto col grasso viscerale del maiale, più delicato dello strutto comune (ottenuto per fusione degli altri tessuti adiposi).

A Firenze col termine sugna si indicava una cosa molto diversa: il grasso di maiale non lavorato, ingiallito, utilizzato come lubrificante e per impermeabilizzare le calzature di cuoio. Mi ricordo bene quando si ungevano con la sugna gli scarponi da neve, ancora negli anni sessanta. Se mi avessero detto che un giorno l’avrei mangiata, non ci avrei creduto.

Sul Grande Dizionario della Lingua Italiana (Battaglia) alla voce Sugna nel significato 2 si legge

Grasso non commestibile, per ingrassare il cuoio, per lubrificare i mozzi delle ruote, gli ingranaggi meccanici.

e gli autori citati sono tutti toscani (Targioni-Tozzetti, Cicognani, Tozzi) salvo uno, Silone.

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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Andarci. Senza indugiare. (…) “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film su cui non si discute, è bello senza riserve. E non offre maniglie a cui appigliarsi, tipo: non sopporto quell’attore, non voglio più vedere quell’attrice, non sopporto i film dove cantano, non sopporto i film d’animazione. Neanche “non voglio più vedere film americani” (magari qualcuno c’è, tra chi si imbatte in questa pagina, non sa cosa si perde). La storia è ambientata nel Missouri, ma lo sceneggiatore e regista Martin McDonagh ha passaporto britannico e irlandese, ha un posto d’onore nella nostra memoria cinematografica per un altro gioiellino intitolato “In Bruges” (“Fucking Belgium, Fucking Bruges”, sbraitava il sicario Colin Farrell trasportato lì da Dublino). Viene dai successi teatrali, che in questo caso – non sempre, ma parliamo di teatro britannico – vuol dire precisione di scrittura. Quel modo di mettere giù le parole sulla pagina che a ogni frase aggiunge qualcosa. E quel modo di costruire personaggi che dopo cinque minuti sembra di conoscere da sempre (anche se perlopiù è gente poco raccomandabile, qui lo sono anche le Forze dell’ordine). Frances McDormand aveva una figlia, l’hanno seviziata e uccisa. Furiosa con lo sceriffo che non si impegna abbastanza nelle indagini, affitta tre manifesti all’entrata della cittadina e ci fa stampare sopra frasi poco gentili. Sapevamo quanto era brava, nei film dei fratelli Coen o nella miniserie “Olive Kitteridge”: qui è sublime: in una scena sale in macchina e semplicemente aggiusta lo specchietto retrovisore, senza una parola, e conquista. Ha vinto un Golden Globe – vestita con una palandrana blu, e del resto alla mostra di Venezia girava in tuta con le scarpe in mano. Un altro lo ha vinto Sam Rockwell il vice sceriffo. Quando vincerà i suoi Oscar, poi non venite a dire: “ma perché da noi non è uscito?”.

(Nuovo cinema Mancuso)

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Fragile tour

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Qualche settimana fa ho visto Pretiosa vitrea la bella mostra su l’arte vetraria antica in corso al Museo archeologico di Firenze. Oggi continua il viaggio nel vetro con il Museo del cristallo a Colle Val d’Elsa e il Museo del vetro di Empoli.

Mi sono divertito e sono contento di imparato qualcosa (non è mai troppo tardi):
– il cristallo è un vetro che contiene ossido di piombo in percentuale superiore al 24% (normativa CEE);
– rispetto al vetro comune il cristallo è perfettamente trasparente, incolore, adatto alla molatura e all’incisione; la maggiore elasticità gli conferisce sonorità;

– le vetrerie di Colle Val d’Elsa solo nel 1963 riuscirono a produrre cristallo con ossido di piombo in percentuale superiore al 24%, in grado di competere con quello prodotto da secoli in Inghilterra Francia e Belgio; mi chiedo il perché di questo ritardo;
– a Colle si produce il 94-95% del cristallo italiano;

 

– il bicchiere da whisky usato da Harrison Ford in Blade runner è il Cibi prodotto dalla Arnolfo di Cambio di Colle Val d’Elsa.

Il Museo del cristallo è sotterraneo: una struttura moderna, un allestimento interessante.

Al piano -1 c’è la storia delle vetrerie di Colle dalla antichità ai giorni nostri; al -2 il processo di produzione.

Da Colle Val d’Elsa a Empoli non c’è molto, un’oretta seguendo l’Elsa fino alla sua confluenza nell’Arno; ma le indicazioni ci portano sulla Firenze-Siena e poi da Cerbaia sulla FI-PI-LI.

In quello che un tempo era il Magazzino del sale di Empoli ora c’è il Museo del vetro.

Qui domina il verde. Il vetro verde ha caratterizzato la produzione empolese fino ad alcuni decenni fa. Prima fiaschi, damigiane e strumenti per la lavorazione del vino; il termine bufferia non l’avevo mai sentito, chissà da dove viene.

Poi oggetti per la tavola e ornamentali, strumenti per l’igiene e la salute

Ci sono anche bottiglie e bottigliette, per liquori e bibite; e anche altro, come il latte Stemag (il primo latte a lunga conservazione in Italia – Stella/Stelat/Stemag – prodotto dal 1954 dalla Polenghi).

Il vetro verde non fu una scelta, ma la conseguenza delle caratteristiche naturali della sabbia utilizzata.

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Cherchez la femme

Finalmente ho visto “In due sotto il burka”, della regista iraniana-francese Sou Abadi.

Nonostante il titolo italiano un po’ cazzeggiante è un film carino, divertente e significativo: una satira dell’integralismo, si potrebbe dire dall’interno (anche se la regista è dichiaratamente atea).

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