1971, Il segno del comando

Sto guardando su RaiPlay Il segno del comando, sceneggiato televisivo (oggi si chiamerebbe miniserie) andato in onda sulla Rai nel 1971.

“Il segno del comando” è probabilmente il più importante sceneggiato della storia della Rai. Andò in onda in 5 puntate dal 16 maggio al 13 giugno del 1971, e fu volgiseguito con intensa apprensione da milioni di telespettatori. A inventare questa storia gialla, gotica, “byroniana” e fantastica furono Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà. Regia di Daniele D’Anza. Tra i protagonisti di questo conturbante giallo artistico, Ugo Pagliai, Carla Gravina, Rossella Falk e Massimo Girotti. Regia di Daniele d’Anza.
(da RaiPlay)

Io non lo ricordo per niente, e con ogni probabilità, all’epoca non lo vidi: ero impegnato a cambiare il mondo. Era ancora vivo l’eco del ’68 e dell’autunno caldo del ’69. La tragica fine della Primavera di Pragaaveva significato per molti il definitivo distacco dall’URSS ma non dal marxismo e dalla speranza di altre vie al socialismo.

Quelli del Manifesto, la rivista nata nel giugno 1969, erano stati radiati dal PCI nel novembre del ’69: proprio la lettura della rivista era stata determinante per la mia formazione politica. Il 28 aprile del 1971 era nato il Manifesto quotidiano, a sostegno del gruppo politico (di cui facevo parte).

La guerra del Vietnam era in pieno svolgimento; negli USA era presidente Nixon, in URSS Brežnev, in Cina Mao Tse-Tung. In Italia, nel dicembre, a Giuseppe Saragat sarebbe succeduto Giovanni Leone.

In quell’anno Franco Basaglia diventava direttore del manicomio di Trieste, dando inizio alla rivoluzione che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi nel 1978.

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Tempo di presepi

Non sopporto i presepi con ambientazione immaginaria, eppure per la maggior parte sono così. Edifici, oggetti, personaggi che con la Palestina dei tempi di Gesù non hanno niente a che fare.

Ricordo che i nonni facevano un grande presepe piuttosto realistico, o almeno con un certo impegno filologico: magari un po’ troppa sabbia. I personaggi erano in gesso, di buona fattura: pastori e pecore, re Magi e cammelli, il bambino e i genitori nella stalla; e poco altro. Mi piaceva molto.

Ora mi rendo conto che il significato religioso era modesto, più che altro un fatto di tradizione. Ma forse questo era ed è frequente.

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Valentina e le sorelle

Alla radio ho sentito Sveva Casati Modigliani che parlava della sua Olivetti Valentine. Non ricordo di averne sentito parlare (ma la mia memoria non fa testo): eppure sono vissuto nell’epoca delle macchine da scrivere, meccaniche e poi elettriche.

E così scopro che

Olivetti Valentine è una macchina per scrivere della Olivetti nel 1968 dal progetto di Ettore Sottsass e Perry A. King. Il modello venne messo in produzione l’anno successivo, nel 1969. Nel 1970 Sottsass vinse il Compasso d’Oro . È esposta al MoMA di New York.

(Da Wikipedia)

Anche la Lettera 22 è esposta al MoMA: progettata nel 1950 dall’architetto Marcello Nizzoli; nel 1954 vinse il Compasso d’Oro.

Poi ci fu la Lettera 32 del 1963 e altri modelli meno noti, fino alla Valentine.

Nel 1970 sarebbero uscite le prime portatili elettriche, la Lettera 36 e 38.

I particolari qui.

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Elogio della tajine

Di ritorno dal Marocco, dove la tajine si mangia spesso e volentieri (almeno nel sud), ne ho fatta una, dopo tanto tempo.

Non conosco nessun metodo di cottura così essenziale per determinare il risultato finale come la tajine. Voglio dire che con gli stessi ingredienti non si può ottenere niente di simile con un diverso recipiente. E il risultato è straordinario.

Con tajine si intende sia il recipiente (per la cottura e/o per portare in tavola) che il piatto cucinato con tale recipiente. La tajine è di origine berbera, oggi utilizzata prevalentemente in Marocco, quotidianamente nelle famiglie e nei tanti posti per strada, esposta spesso sul marciapiede su un braciere (come quello della foto sopra).

All’inizio della cottura si forma una base liquida – da carne/pesce e verdure – che determina una sorta di stufato; poi si asciuga e la cottura diventa quasi un arrosto. Non si mescola per tutto il tempo. Alla fine gli ingredienti sono più o meno asciutti su una salsa: in genere si forma un po’ di bruciaticcio attaccato alla base, di buon sapore, non carbonizzato e commestibile.

La ricetta di ieri, a partire da un libro di cucina marocchina, un po’ rielaborata.
Qualche cucchiaio d’olio e cipolle affettate, sopra pollo a pezzi, sale cumino paprica e polpa di pomodoro, un po’ di coriandolo fresco. Fuoco un po’ allegro all’inizio e poi basso, con retina spargifiamma. A metà cottura ho aggiunto olive rosa (da una macelleria halal) e verso la fine un limone a fettine; alla fine il succo di un limone. Tempo di cottura circa un’ora e mezzo: poi si mantiene caldo per un po’ ma si può riscaldare prima di servire, ancora senza mescolare.

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Una giornata particolare

Pranzo marocchino con proiezione delle foto del viaggio, con i ragazzi della E.

Un gruppetto ben assortito: Chiara B, Sergio S, Paolo P, Manu B, Manuelina, Fabio G. Si parla tranquillamente, c’è un ottimo clima.

Protagonisti il couscous e la tajine, soprattutto lei: pollo e olive rosa, cipolla, pomodoro, cumino e paprika, fettine e succo di limone. Una vera delizia.

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Stranieri

C’è qualcuno che attraversando una piazza di Firenze in cui è l’unico italiano (!?) si sente guardato male e comprende … cosa prova chi è vittima del razzismo.
Non commento il suo post perché mi troverei a questionare con tanti che la pensano come lui (e sarebbe spiacevole e inutile). Ma faccio qualche piccola riflessione.

Primo, anche se gli altri gli sembrano tutti stranieri (ovviamente non si tratta di turisti) magari fra loro c’è qualcuno (o molti) che è cittadino italiano: lui che di legge se ne intende dovrebbe sapere che non è il colore della pelle o la forma degli occhi a determinare l’italianità. Magari fra loro c’è pure quel ragazzo adottato in India da un suo stimato collega.

Secondo, quello che lui chiama razzismo è un’altra cosa: xenofobia, paura dello straniero perché diverso. Non è una colpa, casomai un problema: in primis per coloro che ne sono oggetto ma anche per chi si sente “guardato male” nella sua città, e vive la diversità come un pericolo. Che poi ci possano essere problemi reali di convivenza è un altro discorso, ma certo la paura non aiuta.

(da Facebook)

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In carrozza, si parte. Destinazione Maroccoo

Qui comincia l’avventura
di Giannin-senza-paura
che partendo da Fiorenza
dell’aifono non fa senza.

Prima tappa èssi la torre
che pendeva e le zavorre
che gli messero una tanto
evitarono lo schianto.

Poi da tanta ingegneria
il viandante viene via
col trenin quasi a reazione
che conduce a aerostazione.

Il cecchin è presto fatto
se tu viaggi senza il gatto;
la scaletta salirai
e ben presto volerai.

Sulle nubi si sta bene,
puoi sognar che le tue pene
sulla terra son restate
dove nascon le patate.

Sopra è l’astro assai assolato
sotto il gran lago salato
che congiunge e bagna certo
porti campi e anche il deserto.

Sulla sponda altra per me
dove bevon tanto tè
con lo zucchero e la menta
e non mangiano polenta.

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