Rolleiflex


Quando un giorno ricominceró a fotografare con la pellicola – pochi scatti ma buoni – mi prenderó una Rolleiflex 6×6. 

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Infernicchio


Mi ha sempre inquietato Fellini eppure – forse proprio per questo – non ho mai visto un suo film; anzi stavo pensando di farlo, ma ora…
C’è qualcosa di felliniano in questo posto, che mi inquieta o peggio.
La spiaggia e il mare sono quello che sono: c’è perfino il recinto per cane e padrone, col lettino e l’ombrellone (per il padrone).

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E poi ci sono gli hotel, a centinaia; qui qualsiasi pensioncina è un hotel e le strade sono tutte viali, anche i vicoli.
Sul lungomare un’ interminabile teoria di hotel di bell’aspetto; in seconda e terza fila sono più fitti e un po’ pretenziosi, nelle stradine interne alberghetti e albergucci uno addosso all’altro.

Ma la notte, la notte il lungomare è quasi buio e disabitato; e la strada che corre parallela – ai miei occhi – ha l’aspetto di un girone infernale e la vitalità di un lunghissimo manicomio a cielo aperto. Negozi di tutti i generi, luna park, migliaia di persone che rimangiano, bevono e comprano;  e poi auto, moto, biciclette, pulman, skateboard. Un caos indescrivibile, molti stranieri, gente di tutte le età e di tutte le razze.

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Picnic e xenofobia 

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Ero seduto bel bello su una panchina un po’ sbrindellata annessa a un tavolo in condizioni non migliori; e spippolavo tranquillo il mio ipad tenendo d’occhio l’iphone.

Quand’ecco che vedo una cosa che non m’aspettavo, e che non avrei voluto vedere. Una famigliola di sudamericani – peruviani o cileni s’assomigliano tutti – si dirige verso il mio tavolo con panchina annessa; hanno una sporta di certo piena di quel loro mangiare esotico maleodorante. Gli altri tavoli essendo molto occupati gli stranieri puntano il mio, evidentemente sottoccupato.

Stavo quasi per andarmene ma mi sovviene che lo “ius soli” è tuttora in alto mare: e pertanto il “diritto al posto” resta degli italiani veri, quelli da almeno dieci generazioni. Accellero lo spippolamento e avvicino il telefonino all’orecchio, simulando una telefonata lunga e impegnativa. Non cedo, anche se le zanzare tigre cominciano ad essere davvero aggressive. Sono tutte intorno a me: la famigliola aliena pare immune, o si sono dati lo spray oppure il loro odore tiene lontane le fiere. Si sono sistemati su una coperta sull’erba: probabilmente sono inattaccabili pure dalle zecche.

Loro non dicono nulla. E io neppure, ma non demordo. Le bestiacce sono sempre di più e vieppiù mordaci. Mi gratto e resisto: ne va dell’onor patrio (no pasaran).

Ora sono qui al pronto soccorso, con una flebo di antistaminici. Ma ci sono arrivato da solo, pedalando un po’ di sghimbescio ma con la schiena dritta. La razza non è acqua.

P.S.
Su FB forse qualcuno ci ha creduto. Il quesito sorge spontaneo: era fatto troppo bene ?

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 La libreria 


– Buongiorno, vorrei sapere se avete questo libro. – 
La voce femminile che risponde alla mia telefonata è gentile e gradevole, il libro c’è. Sono andato praticamente a colpo sicuro: è una libreria vecchio stampo, orientata prevalentemente alla saggistica. Una delle poche vere librerie ancora aperte a Firenze, fra tanti supermercati del libro; alcuni dei quali fanno anche ristorazione (che forse prevale sulla lettura).

La giornata è decisamente estiva, la città è piena di turisti. Canticchio Rino Gaetano – che ho in cuffia – zigzagando con allegria fra la gente. Lascio la bici vicino a una bella Tesla in carica.

La donna della libreria è gentile e gradevole come la sua voce al telefono. Mi prende il libro, lo sfoglio e chiedo un pacchetto: uno vecchio che sta lavorando al pc si offre di farlo lui. Lei glielo porge con un sorriso; passano alcuni minuti e lei mi dice che non bisogna aver fretta (però è un mago dei pacchetti). Non ho fretta e intanto do una occhiata ai libri esposti. 

Arriva il pacchetto, fatto con cura e con un nastro rosso/argento un po’ fuori stagione. Pago, ringrazio ed esco: la bici è lì, e la Tesla pure.

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Lorenzo, Francesco e Paolo


Seduto qui sulla solita panchina (più o meno) mi godo la brezza che corre lungo il fiume e penso a don Lorenzo Milani. Oggi Francesco ha ringraziato il Signore per averci dato sacerdoti come don Milani: ha ragione, a prescindere dalla pretesa infallibilità.

Ripenso a quello che ha voluto dire per me il priore di Barbiana, che credeva nella scuola per il riscatto degli ultimi. E poi le Esperienze pastorali e le lettere. Quando l’ho scoperto – mezzo secolo fa – lui non era più su questa terra eppure la sua presenza si sente anche ora.

Negli anni in cui scoprivo Lorenzo scoprivo anche la realtà degli orfanotrofi. Paolo alle elementari fu bocciato: al maestro feci avere una copia di Lettera a una professoressa. Ne conseguì un rimprovero da parte dell’Istituto degli Innocenti al diciannovenne che aveva toccato con mano l’ingiustizia. Paolo poi fu adottato e ce l’ha fatta.

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Fare i nonni stanca


Questo post è rivolto ai nonni, non ai figli e ai nipoti; poi lo spiego.

Ho visto nonni che voi umani non potreste neanche immaginare. Uomini e soprattutto donne che, dopo una vita di più o meno duro lavoro, passano buona parte del loro tempo a fare i nonni. Potrebbero almeno prendere la vita con calma, non dico andare a vivere alle Canarie o a Benidorm (dove con pochi euro ti fanno un check-up completo).

Ci sono quelli che tanto non saprei che fare (ma è proprio così ?). E quelli che saprebbero cosa fare ma i figli vanno aiutati: sempre, dalla (loro) nascita alla (nostra) morte.

Non mi rivolgo a quei figli che si approfittano dei genitori per noncuranza o menefreghismo. E neppure a quelli che pensano, in buona fede, che i nonni stanno bene con i nipoti e viceversa (e poi il nido costa).

Mi rivolgo a noi nonni, che non sappiamo o non vogliamo (incerto è il confine) porre dei sacrosanti limiti: qualche ora alla settimana, il diritto alla malattia e alle ferie.

Io dico che i nostri figli non sanno quanto é faticoso per noi ultrasessantenni stare con i nipoti, soprattutto quanto più sono piccoli, ma non solo. È una fatica fisica, che chi non la prova non può immaginare; e spesso, più ancora, una grande fatica mentale. Qualcosa che ci spossa e ci consuma, se non è a piccole dosi.

E allora diciamola questa fatica, pacatamente e chiaramente, ai nostri figli . É giusto e utile, per tutti.

P.S.
Non dimentico che ci sono coloro che nonni vorrebbero essere e sarebbero disposti a faticare, per figli e nipoti.

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Marta e Lizzi (o delle foto)


Alcuni anni fa, ispirandomi a questa foto, parlavo di fotocamere e altro. Lo scatto è stato fatto con la Pentax K5, una bella reflex che ho molto amato e che ho tradito prima con una Fujifilm X10 e poi con una X30 (compatte con ottica fissa zoom) che utilizzo tuttora. La K5 invece è finita in soffitta: troppo pesante e ingombrante; ma domani, per una fortuita coincidenza, torna in servizio. Se è vero che la migliore fotocamera è quella che hai con te, il mio iPhone non ha avversari: funziona bene e c’è sempre. Ma quello che conta è il risultato: e una foto come questa non la fai col telefonino.

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