Mi ritorni in meeente …

  Ieri sera, percorrendo il viale Petrarca diretto a Porta Romana, mi trovo davanti la mia prima 500 L; cioè non proprio lei ma uguale. La mia era targata FI 48…, era della primavera del ’69: avevo 18 anni, quasi mezzo secolo fa. Fa un certo effetto vedere in giro  queste 500, non di rado perfettamente conservate come questa. La mia era identica, stesso modello stesso colore beige. Nell’ottobre di quell’anno con lei e il mio amico Ermanno andammo a Praga. 

Quando presi la patente sapevo già guidare da qualche anno. Le prime volte, mi pare di ricordare, con la Panda della zia Mariuccia nel vialetto della casa di Fiumetto. Poi Isabella, una amica del mare, sconsideratamente mi affidava la sua 600, con cui girellavo per le stradine di Monte Morello. Non avevo ancora sedici anni. Accanto a me c’era una ragazzina, molto carina e allegra: amore estivo di adolescenti. Me la immagino ora con tre figli (come me) e qualche nipote: impegnata a fare la nonna, sempre bella e allegra con la sua risata indimenticabile. 

Pubblicato in la memoria, sì viaggiare | Lascia un commento

C’era una volta la bachelite 

Praga, autunno 1969: è passato poco più di un anno da quella estate in cui la Primavera di Dubček si tramutò in un freddo inverno. Nella nostra camera c’era un telefono simile a questo, massiccio, di bachelite: non so come cadde e si ruppe. Fu così che io ed Ermanno (meno che ventenni) decidemmo di uscire velocemente dalla Cecoslovacchia, temendo chissà quale punizione ad opera del nuovo regime filo sovietico.

Fino ad oggi credevo che la bachelite non fosse più utilizzata da molto tempo, ma mi sbagliavo: il manico di questo tegame, appena acquistato, è di quel materiale.

 Il belga Leo H. Baekeland (1863-1944), stabilitosi negli Stati Uniti, nel 1907 brevettò la bachelite, la prima delle termoplastiche, sostanze che una volta solidificate sono caratterizzate da durezza e rigidità. Il materiale fu utilizzato per la produzione di telefoni e radio, isolanti e molti altri oggetti fino alla metà del ‘900, quando fu sostituito con nuove materie plastiche.

Pubblicato in alla voce Cultura, in Italia e nel mondo, la memoria | Lascia un commento

un morceau du Maroc

L’economia aziendale in prima superiore è un po’ come l’arabo per un giapponese: i ragazzi non hanno la più pallida idea di cosa sia un’azienda nella realtà, a meno che l’insegnante non provi a dargliela, anche solo con quel magico strumento che risponde all’acronimo LIM (nel nostro caso si guarda bene dal farlo). Khadija, la mia unica allieva (di cui sono insegnante tuttofare) l’arabo lo conosce bene: è nata in Marocco, vive in Italia fin da piccola e non si rende bene conto della fortuna di avere – praticamente – due lingue madri.


Dopo l’economia aziendale l’ho accompagnata a casa e sono stato invitato a sedere a tavola; mancava più di un ora al pranzo e si mangiucchiava pane appena fatto intinto nell’olio, torta, noci e arachidi con il tè alla menta che adoro. Safaa e Anaa, le gemelline ultime nate, partecipavano a modo loro al convivio; Yassin e Adam, più grandi, si affacciavano ogni tanto.  Nel frattempo Fatima, la mamma di tutta codesta prole, cucinava il couscous e una tajine di carne e verdure. A malincuore ho rifiutato l’invito a pranzo.

Pubblicato in a tavola, alla voce Cultura, in Italia e nel mondo, varia | Lascia un commento

La filosofia, la vigna e i tartufi

Il principale interesse della filosofia è mettere in questione e comprendere idee assolutamente comuni che tutti noi impieghiamo ogni giorno senza pensarci sopra. Uno storico può chiedere cosa è accaduto in un certo tempo del passato, ma un filosofo chiederà “Che cos’è il tempo?”. Un matematico può studiare le relazioni tra i numeri, ma un filosofo chiederà “Che cos’è un numero?”. Un fisico chiederà di cosa sono fatti gli atomi o cosa spiega la gravità, ma un filosofo chiederà come possiamo sapere che vi è qualcosa al di fuori delle nostre menti. Uno psicologo può studiare come i bambini imparano un linguaggio, ma un filosofo chiederà “Cosa fa in modo che una parola significhi qualcosa?”. Chiunque può chiedersi se è sbagliato entrare in un cinema senza pagare, ma un filosofo chiederà “Cosa rende un’azione giusta o sbagliata?”.

Sergio mi fa leggere questo brano di Thomas Nagel e mi dice che – in tanti anni di studio e insegnamento della filosofia – non aveva trovato una spiegazione così chiara.

img_0446
Lui ora è in pensione e si occupa della terra ereditata dal padre; ma continua a studiare e tiene delle conferenze. Oggi sono andato con lui in giro per i campi: il terreno in cui vorrebbe coltivare i tartufi, quello dove a giorni impianterà la nuova vigna di Chianti Classico.

Per tutto il giorno si parla di tante cose; più che altro è lui che parla: io ascolto e faccio domande. Con lui mi sento ancora un po’ studente ed è piacevole; mi consiglia libri da leggere e dice che mi è rimasta una curiosità che di rado riscontra nelle persone adulte (è un complimento, per me). Gli dico che più passa il tempo e più scopro cose che non so, e sono sincero.

Pubblicato in alla voce Cultura, padri e fratelli, varia | Lascia un commento

Apologia del calzino corto

In principio era il calzettone, con i pantaloncini all’inglese. Poi furono sempre calzini lunghi, per un inevitabile pregiudizio borghese: il calzino corto è volgare, con qualsiasi pantalone. Magari niente calzini, nella stagione calda, ma mai corti. 
Poi, diversi anni fa – di certo nel nuovo millennio – i calzini lunghi mi diventarono insopportabili. Non era un fatto mentale, bensì una sensazione fisica di fastidio. Nel frattempo l’altezza dei calzini aveva assunto molteplici gradazioni, da sotto il ginocchio ai fantasmini. Pressoché scomparsi gli antichi calzini sopra la caviglia, il calzino corto raggiungeva la base del polpaccio o si fermava sotto la caviglia, per le scarpe sportive. 
E così d’inverno iniziai ad indossare calzini al polpaccio, quelli che impediscono l’apparizione in pubblico della gamba ignuda e pelosa, senza dare fastidio. Con l’inizio della stagione calda il calzino ora si ferma al collo del piede oppure scompare dentro la scarpa. Con buona pace del calzino lungo.

P.S. 
Una soluzione che salvi capra e cavoli potrebbe essere farsi tatuare dei calzini lunghi, magari grigio antracite. Ma poi in costume da bagno come fai ? 

Pubblicato in la memoria, varie ed eventuali | Lascia un commento

Fiesole 

Da domani ci si trasferisce (pluralis maiestatis) nel superattico di Fiesole. È un vano non troppo luminoso (adatto quindi ad un inveterato fotofobico) con vista sulla valle del Mugnone (piuttosto compromessa da un edificio di recente costruzione). Il giardino quasi pensile sarebbe gradevole se fosse tenuto meglio e non fosse in parte utilizzato come deposito di oggetti ingombranti vari.

Ma in fondo non è male e poi durerà poco più di un mese. E soprattutto è il simbolo – per così dire – di una nuova fase della vita. Grazie a P.

Pubblicato in non è mai troppo tardi, P come A, privato, varia | Lascia un commento

Chi paga ?

Nella puntata odierna del programma La lingua batte di Radio3 (rubrica Accademia di arte grammatica) l’esperta spiega la differenza fra andare in pensione e andare a pensione. Già che c’era poteva dire qualcosa sulle due accezioni della parola: nel primo caso ti pagano, nel secondo sei tu che paghi. Al solito c’è di mezzo il latino: pensio (gen. pensionis) significa pagamento, dal verbo pendo (che significa pesare, giudicare o pagare in contesti diversi).

A proposito di diversità in relazione al soggetto che paga mi torna in mente la arguta disquisizione di Mark Twain nelle prime pagine di Tom Sawyer. Dovendo imbiancare uno steccato Tom riesce a convincere gli amici che si tratta di una cosa divertente e concede loro di farlo al posto suo in cambio di generi vari (un torsolo di mela, un aquilone, un topo morto legato ad uno spago …). Insomma si fa pagare per quello che da un altro punto di vista sarebbe un lavoro. 

Tom si disse che, dopo tutto, il mondo non era poi così cattivo. Senza rendersene conto, aveva scoperto una legge basilare della natura umana, e cioè che per indurre un uomo o un ragazzo a desiderare una data cosa, basta dimostrargli che è difficile averla. 

Se fosse stato un grande e saggio filosofo, come lo scrittore di questo libro, avrebbe capito che tutto ciò che si è costretti a fare diventa un lavoro, e che tutto ciò che non si è costretti a fare è un divertimento. (…) Ci sono in Inghilterra ricchi gentiluomini che d’estate guidano carrozze a quattro cavalli per trenta o quaranta chilometri ogni giorno, perché questo –che viene considerato un privilegio –costa loro parecchio denaro. Ma se per quella stessa attività venissero dati loro un po’ di soldi come compenso, il fatto la trasformerebbe in un lavoro, ed essi la rifiuterebbero sdegnosamente.

Pubblicato in alla voce Cultura, parole parole parole, segnalibri, varia, varie ed eventuali | Lascia un commento