Bradipa reloaded (I dieci anni di Orlando)

Il blog di cui ero invaghito
un bel giorno se n’è andato:
da allora ne sento l’assenza
e dolce rimane il ricordo.

Questa cosa l’ho scritta quando Orlando aveva tre mesi e io avevo ancora il blogghe, all’epoca in cui internet andava a manovella ed eravamo quattro gatti e ancora non esistevano i “blog influencer”. Ed è stata anche una delle ultime cose che ho scritto là, un po’ per mancanza di tempo un po’ perché quando le cose vanno troppo di moda io poi mi scoccio. E rileggendolo mi rendo conto che a parte le ciliegie siamo riusciti a fare praticamente tutto, e poi abbiamo rifatto di nuovo tutto con Romeo, sempre se levi le ciliegie, e ci sono cose che continuiamo a fare perché ci piaccion troppo, e forse non ci stancheremo mai. Il post del 2007. 

Quando eravamo bambine all’inizio dell’estate mia madre caricava la 500 all’inverosimile e ci portava al mare.
Il viaggio era lunghiiissimo e alquanto epico, stipate come eravamo tra viveri costumi da bagno e spazzoloni, così ad un certo punto – come tutti i bambini del mondo – cominciavamo a chiederle quanto manca? quanto manca? E allora lei si metteva a cantare, e noi ci dimenticavamo della noia e cantavamo insieme a lei. Perché lo stereo in macchina non esisteva o almeno noi non ce l’avevamo, che poi fa lo stesso. E la canzone che mi ricordo di più è Azzurro di Celentano – che solo molti anni dopo ho scoperto essere in realtà di Paolo Conte. La cantavamo a squarciagola, e tuttora è una delle poche canzoni di cui mi ricordo tutte le parole.
E canta che ti canta all’improvviso appariva la lunga pineta che precede il promontorio dell’Argentario, e lì capivamo che eravamo arrivate e cominciava l’estate, quella vera.
Azzurro/Il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me/Mi accorgo/Di non avere più risorse senza di te.

E così questa è la prima canzone che ti ho cantato ma non ti preoccupare, imparerò per te tutte le canzoni che ho dimenticato. E lo so che a te non importerà se sono un po’ stonata anzi la mia voce ti sembrerà bellissima, e un giorno canterai a squarciagola insieme a me e sarai un po’ stonato pure tu, e mi chiederai quanto manca? quanto manca?
e ti racconterò tutte le favole del mondo
e guarderò insieme a te milioni di volte il tuo cartone animato preferito
e se qualcuno ti dirà che babbo natale non esiste ti mostrerò le sue orme nel camino
e quando piangerai ti farò ridere e metteremo le tue lacrime fuori ad asciugare
e d’estate andremo a cercare le lucciole in qualche bosco segreto
e faremo la siesta sull’amaca insieme alle cicale
e ti porterò al lago a contare i cigni selvatici e quando arriverà la sera ci metteremo a sedere sulla riva ad aspettare le stelle cadenti in compagnia di rospi e grilli
e raccoglieremo ciliegie e fragole e conchiglie
e costruiremo capanne sugli alberi e aquiloni e copricapi indiani
e poi ti porterò al mare sì, al mare.
E poi giocheremo di nascosto con le macchinine di tuo padre, e quando ci scoprirà correremo a nasconderci insieme e intanto ti racconterò della prima volta che l’ho visto, piano piano per non farci sentire.
E ti racconterò anche di quando dormivi sopra il mio cuore proprio come ora, e tu non te ne ricorderai.
E la sera prima di andare a dormire controllerò insieme a te che non ci siano mostri sotto al letto o dentro l’armadio
e ti insegnerò tutte le boccacce che conosco per mandarli via.
E tutto il resto lo impareremo insieme perché tu sei nuovo, e hai reso nuova anche me.
Benvenuto, amore mio.

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Elogio della frittata 

 

Chi è che non sappia far le frittate? E chi è nel mondo che in vita sua non abbia fatta una qualche frittata ? Pure non sarà del tutto superfluo il dirne due parole. Le uova per le frittate non è bene frullarle troppo: disfatele in una scodella colla forchetta e quando vedrete le chiare sciolte e immedesimate col torlo, smettete.

Così l’Artusi inizia la sua ricetta di Frittate diverse (145). E mi verrebbe da dire che al giorno d’oggi si può trovare qualche giovane che una frittata non l’ha mai mangiata. Quando ero giovane io era un cibo consumato usualmente in tutte le famiglie, ricchi e poveri. A casa mia si faceva almeno una o due volte alla settimana.

Una bella frittata fatta bene, per me, è una delizia. Fra le mie preferite c’è quella di cipolle: che non è indigesta (come sostiene l’Artusi) se le cipolle sono lungamente stufate fino ad assumere un bel colore bruno. Poi c’è il tortino di carciofi, che dovrebbe essere cotto in forno e quindi non è propriamente una frittata, ma anche cucinato a frittata è ottimo. 

E l’omelette ?

Un abile cuoco di nome Dionigi
andava a comprare le uova a Parigi,
così invece di semplici frittate
faceva “omelettes” molto raffinate
quel furbo cuoco chiamato Dionigi.

Il simpatico cuoco di Rodari credeva che bastassero uova parigine per fare un’omelette: invece si tratta soprattutto di cottura (da una parte sola, col burro) e anche di ingredienti (di origine animale più che vegetale).

P.S.  La frittata di patate della foto non è bella, ma era buona.

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Dolce di riso

A Firenze, per quel che so, non c’è una gran tradizione di dolci casalinghi. La mamma – che era una cuoca discreta – ne faceva tre o quattro: il dolce di riso era il mio preferito. Erano molti anni che non lo mangiavo, l’ho fatto oggi. È semplice, anche per me che non faccio dolci; certo ci vuole un po’ d’occhio e una certa cura. Ho trovato sul web una ricetta che mi convinceva e poi ho scoperto che è molto simile a quella dell’Artusi (qui sotto). Ho messo uvetta e mandorle ma direi che è meglio uvetta e pinoli oppure mandorle e cedro candito. Un cucchiaio di rum (o marsala) forse ci sta bene.

638. TORTA DI RISO
Latte, un litro. Riso, grammi 200. Zucchero, grammi 150. Mandorle dolci con 4 amare, grammi 100. Cedro candito, grammi 30. Uova intere, N. 3. Rossi d’uovo, N. 5. Odore di scorza di limone. Una presa di sale. 

Le mandorle sbucciatele e pestatele nel mortaio con due cucchiaiate del detto zucchero. Il candito tagliatelo a piccolissimi dadi. Cuocete il riso ben sodo nel latte, versateci dopo il condimento e, quando sarà diaccio, le uova. Mettete il composto in una teglia unta col burro e spolverizzata di pangrattato, assodatelo al forno o tra due fuochi, il giorno appresso tagliate la torta a mandorle e solo quando la mandate in tavola spolverizzatela di zucchero a velo.

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Errare humanum est, abusare diabolicum

Ho già posto rimedio all’uso compulsivo di Facebook e mi sento meglio.
Poi ho letto quest post Contro il registro elettronico e i gruppi whatsapp dei genitori e ho avuto conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che il problema è l’abuso (al solito).

“Ma l’esercizio di matematica  pagina 33 o 35?”. “Mi mandate per favore la foto della pagina da studiare di storia che non abbiamo il libro a casa”. “I soldi per la gita vanno portati entro domani?”. Purtroppo non è il gruppo whatsapp fra compagni di classe, ma quello fra genitori. Una moda che sta diventando contagiosa, dal nido al liceo. Per carità, per i genitori che lavorano è una manna dal cielo: sai in tempo reale tutto quello che sapresti andando a prendere tuo figlio all’uscita da scuola. E riesci anche a parare qualche colpo: almeno la maestra non ti scriverà sul diario che ha dovuto anticipare i soldi del pullman o che al bambino manca il materiale didattico. Eppure c’è qualcosa che non mi convince.

Io non ho ricordo dei miei che chiamassero i genitori dei compagni per avere conferma della pagina da studiare o per chiedere se il giorno dopo ci sarebbe stato un compito. Se avevo scritto sul diario i compiti esatti allora andavo a scuola preparata, altrimenti rischiavo la figuraccia, il brutto voto o la nota sul diario. Certo la sensazione non era piacevole, ma di sicuro serviva a farmi stare più attenta la volta successiva. Oggi mandiamo i bambini a scuola con la rete di protezione. Se cadono, rimbalzano e non si fanno male. A volte anche più della rete: li bardiamo con salvagente, giubbotto gonfiabile, scarpe antiscivolo, parastinchi e casco. Ci assicuriamo che non si facciano male, ma non rischiamo che poi se ne facciano di più crescendo, quando non potremo fare più il gruppo whatsapp con i genitori dei compagni di università o poi con quelli dei colleghi d’ufficio?

E l’aberrazione non finisce qui. Da quest’anno anche la scuola elementare di mio figlio ha adottato il registro elettronico. Alla comunicazione di nome utente e password ho sentito un leggero fastidio, poi dopo qualche settimana, al primo ingresso nel sistema, il fastidio si è trasformato velocemente in disagio. Nel registro scolastico oltre alle assenze, i genitori possono consultare quanto fatto in classe in ogni singola materia, i compiti assegnati e (orrore!) i voti del proprio figlio. Ho chiuso in fretta il tutto come se mi fosse capitato in mano il suo diario dei pensieri.

Ma che roba è? Posso in qualunque momento sapere cosa fa mio figlio prima ancora che lui pensi anche solo se raccontarmelo o meno. Che fine fanno le chiacchiere da cena: cosa avete fatto oggi? Com’è andata la giornata? Ti ha interrogato?
Dove è finita la possibilità di scelta del bambino di raccontare o meno se è stato interrogato o se la maestra ha fatto una verifica a sorpresa? Dove è finita la libertà di confessare a un genitore un’insufficienza o invece decidere di gestirla da solo magari studiando, recuperando la volta successiva e spuntando una sufficienza in pagella?
Li abbiamo deresponsabilizzati con i gruppi di whatsapp e ora togliamo loro anche la scuola della scuola dove si impara a gestire il fallimento, il successo, la comunicazione con i genitori e i rapporti con gli insegnanti. Poi però pretendiamo che siano responsabili, consapevoli, autonomi e pienamente indipendenti quando vanno alle superiori o quando si iscrivono all’università e si devono autogestire.
A scuola in prima elementare si studia l’alfabeto e in quinta si fa l’analisi logica. Allo stesso modo esiste una crescita progressiva delle capacità personali non didattiche. Perché stiamo facendo questo ai nostri figli? Perché stiamo togliendo loro la possibilità di gestire le informazioni che riguardano la loro vita?

La soluzione? Non ne ho. Nel mio piccolo cerco di non chiedere mai conferma dei compiti o di quanto fatto a scuola agli altri genitori e ho spiegato a mio figlio che guarderemo il registro elettronico sempre e solo insieme e quando me lo chiederà lui. Correremo il rischio di non avere una media scolastica da lode, di beccare qualche nota e qualche rimprovero dalle maestre (uso il noi, perché le maestre oggi se la prendono anche con i genitori) e di non essere impeccabili. Ma accidenti se sarà meno noioso. E magari ci guadagnerà anche il nostro rapporto in termini di fiducia reciproca.

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C’era una volta il vermouth

– Lo vuoi un po’ di vermouth ? –
– Vermouth ? – dice la ragazza degli anni ’70. E d’un tratto capisco di essere entrato con un piede nel fossato del divario generazionale. Lei conosce il Martini come ingrediente dei cocktail; che si beva da solo le pare strano, ma lo assaggia. Probabilmente noi siamo fra i pochi che tengono in casa il vermouth senza utilizzarlo per i cocktail.

Poi, come spesso mi succede, mi viene voglia di approfondire: questa cosa mi pareva scontata, e invece mi accorgo di conoscerla superficialmente.


E scopro che il vermouth è nato in Italia, nonostante il nome, che viene dal tedesco Wermut cioè assenzio (Artemisia absinthium L.), che ne è ingrediente essenziale. Il luogo di nascita è Torino, la data 1786, il padre Antonio Benedetto Carpano; il quale si rifaceva ad una tradizione di vini aromatizzati esistenti fin dall’antica Roma e Grecia. Altri produttori seguirono la strada aperta da Carpano e alcuni continuano tutt’oggi: Martini & Rossi, Cora, Cinzano, Gancia oltre a Carpano.

Il vermouth “liscio” ebbe grande diffusione nel XIX e XX secolo fino alla seconda guerra mondiale: poi il suo utilizzo si è sempre più spostato verso i cocktail. Un vecchio amico, barista di lungo corso,  mi dice che negli anni settanta la richiesta era già ridottissima.

Per la legislazione europea il Vermouth o Vermut è un vino aromatizzato, composto da almeno il 75% di vino, dolcificato e aromatizzato con un infusione alcolica composta da varie erbe fra cui “le specie di artemisia, che devono essere sempre utilizzate”. La gradazione alcoolica deve essere fra i 14,5 e i 22 gradi.
Negli ultimi anni i produttori di vermouth hanno lanciato dei prodotti di alto livello: il Martini Riserva Speciale (Rubino e Ambrato), il Carpano Classico e Antica Formula, il Cinzano 1757 (Bianco, Rosso e Dry). Non è forse un tentativo di riproporre il liscio con una qualità superiore ?

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La prima scuola

Alcuni anni fa mi è venuto in mente di cercare il mio maestro delle elementari, Alfio Pignotti: troppo tardi. Avevo saputo che era diventato Direttore Didattico. Per tutta la vita il ricordo di lui è stato vivo eppure non mi era mai venuto in mente di andare a trovarlo.

Della mia prima scuola lui è il ricordo più intenso e duraturo, ma piuttosto sfumato. Sono stato con lui per 4 anni, avendo iniziato dalla seconda (la prima da privatista, per non perdere un anno, essendo nato a gennaio. A fine lezione ci leggeva un libro: ricordo vagamente un racconto di uomini primitivi. E poi ci dava dei cartoncini con un timbro (forse un animale) come riconoscimento dei nostri progressi. Una volta ci parlò del pudore, a seguito di un episodio avvenuto nei bagni. Una volta, per Natale, andai col babbo a portargli un panettone: la casa era in via Nuova de’ Caccini, una strada popolare del centro, con vecchie case malmesse, fra via della Pergola e Borgo Pinti. Pochi ricordi definiti e la sensazione, quasi convinzione, che l’impegno nello studio e i buoni risultati siano il frutto del suo insegnamento. 

La scuola Giotto aveva due entrate, per i maschi e per le femmine; di queste ricordo un nome, Consuelo, che associo ad una bambina di cui mi ero invaghito. Le classi miste sarebbero arrivate negli anni ’60: la mia prima media del 1961-62 lo era. 

Erano gli anni della penna col calamaio e della cartasuga (assorbente). Ricordo i segnalibri con le maschere del teatro, che forse regalavano in cartoleria; l’astuccio era di legno col coperchio scorrevole e la cartella di cartone o di cuoio. La merenda, quando la compravo, era un maritozzo, una parigina o la schiacciata; il latte della centrale (da poco attiva) offerto dal sindaco La Pira era buonissimo. Poi ci fu l’elezione del sindaco dei ragazzi, che riuscii ad aggiudicarmi promettendo agli altri rappresentanti di votare per loro (una furbizia la mia che è sfumata col crescere); e quindi ogni mattina l’alzabandiera in cortile e la sugna della corda sulle mani. 

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Fave d’Italia


Nella cultura alimentare toscana non ci sono le fave secche. Noi siamo mangiatori di fave fresche, che chiamiamo baccelli scambiando il nome del contenuto con quello del contenente. Le fave secche sono un cibo del sud d’Italia, soprattutto in alcune regioni come Puglia, Basilicata e Sicilia.

Baccelli e pecorino è stato l’unico piatto a base di fave che ho conosciuto fino a pochi anni fa; poi in Puglia ho scoperto fave e cicoria (purè di fave secche e cicoria saltata). E ieri sera ho cucinato una zuppa di fave secche e pasta (con pancetta, cipolla e concentrato di pomodoro) che mi è sembrata strepitosa: vedo che è una variante di quella che in Sicilia si chiama macco di fave. Una strada da seguire, altri piatti a base di fave secche da provare.

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