Risotto cacio e pere 

Per quattro persone: 300 g di riso (io Vialone Nano), 200 g di pecorino ben stagionato, 2 pere, mezza cipolla bianca, 1 etto di burro.

Le pere, sbucciate e fatte a tocchetti, vanno rosolate in una noce di burro per qualche minuto e tenute da parte. Anche la mezza cipolla tritata va rosolata in poco burro e messa da parte. Il pecorino si grattugia, dopo aver tagliato alcune fettine sottili.

Si tosta il riso con 2 noci di burro, poi si aggiunge la cipolla e via via il brodo vegetale (o acqua) per portare a cottura. Quando il riso è quasi cotto si aggiunge il pecorino grattugiato, mescolando accuratamente con l’apposito mestolo da riso, in modo che non si attacchi al tegame. Si aggiunge ancora un po’ di brodo in modo che il risotto sia morbido,si aggiusta di sale, si mescola bene e si spegne.

A questo punto si riscaldano le pere col loro burro e si versano sul riso disposto nei piatti con alcune fettine di pecorino. A piacere si può macinare sul risotto un po’ di pepe nero.

Ci sta bene un Prosecco, direi.

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Duri di menta


Ancora passa sulla spiaggia il venditore di cocco, a pezzetti, tenuto in fresco nell’acqua del secchio. E la mente ritorna agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza in Versilia: è passato mezzo secolo. 

– Schiacciatine, bomboloni – gridava l’uomo passando da uno stabilimento balneare all’altro con una grande cesta di vimini coperta da un panno; le schiacciatine erano finissime e croccanti, dolci o salate; i bomboloni alla marmellata e le ciambelle; c’erano anche le patatine fritte, quelle sottili, incartocciate.

E poi c’era il venditore di “lavanda-origano”: la mamma metteva i sacchetti di lavanda nei cassetti della biancheria; l’origano in casa nostra non si usava ancora, mi sembra.

Passava anche l’uomo dei duri di menta, chissà se esistono ancora; c’erano quelli lunghi, dei cilindretti di circa 10 centimetri, e quelli a pizzicotto, come nella foto; non ricordo se insieme ai duri vendeva qualcos’altro. Erano fatti con zucchero, acqua e sciroppo di menta; mi piacerebbe riassaggiarli, forse si trovano sui banchi delle fiere, insieme a croccanti torroni e altre chicche.

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Vélo, mon amour

La bici è tecnicamente un veicolo, cioè un mezzo di trasporto. Però ci sono dei momenti in cui ti succede di sentirla come qualcosa di altro, un prolungamento del tuo corpo. Oggi è successo.

È difficile da spiegare, bisogna provarlo. Ci vuole un mezzo leggero e scorrevole, una bici da corsa sarebbe forse l’ideale. La mia amata Bianchi “Viale Abruzzi” è da città e da turismo, con caratteristiche sportive. Con lei mi capita talvolta di sentirmi una cosa sola, corpo-mente-ruote-pedali, nel vento. È una sensazione straordinaria, come se fra le tue gambe e la strada non ci fosse niente; soprattutto se da molto tempo non hai la possibilità di correre a perdifiato.

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Di salsicce e roulotte 


Si sono messi in ghingheri stasera i miei dirimpettai crucchi, per una cena con gli amici. Hanno aggiunto un tavolo e sono lì che banchettano: hanno rinunciato ai würstel in favore delle salsicce nostrane e degli spiedini, tutto alla griglia. Oltre alla solita birra non disdegnano il vino, di cui non distinguo l’etichetta ma presumo rosso, se rispettano l’abbinamento con le pietanze.
Sono campeggiatori spartani i miei vicini crucchi, alloggiati in uno di quei carrelli tenda che da noi erano in voga fino agli anni ’80 (e mi tengo largo); dopo di che siamo diventati progressivamente e inesorabilmente un popolo di camperisti. I carrelli tenda sono scomparsi dai nostri orizzonti e le roulotte hanno perso l’uso delle ruote, parcheggiate a vita nei campeggi. 

Nemmeno la crisi degli ultimi anni ha riportato in auge la sobria casetta rimorchiata, qui da noi; certo sono crollate le vendite dei camper ma le roulotte che si vedono sulle nostre strade provengono tutte dal nord Europa. Nel frattempo hanno ribattezzato i camper “veicoli ricreazionali”, con uno di quei demenziali neologismi che fanno la gioia di certi giornalisti. 

E anche per quest’anno ho dato voce alle mie idiosincrasie campeggistiche (e non è detto che sia finita). 

P.S.
Ho sempre preferito il francese roulotte all’inglese caravan, salvo poi scoprire che in Francia si usa soprattutto caravane e in Quebec roulotte. 

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Bucherellini 


Da tempo le mie magliette presentano dei misteriosi bucherellini a livello della pancia. Dapprima avevo attribuito il merito alle unghie della gatta, che utilizzava la mia pancia per il relax. Poi la Smilla se ne è andata e i bucherellini hanno continuato ad apparire – inesorabilmente – sulle nuove magliette. Allora ho capito che la causa andava cercata molto più lontano nel tempo e nello spazio. 

Uno degli effetti più eclatanti della scoperta dell’America sulla vita (e la morte) nel Vecchio Mondo è stato l’introduzione del tabacco. Dapprima importato, poi anche coltivato; inizialmente considerato alla stregua di medicamento (quasi una panacea), poi annusato e quindi fumato nella pipa e successivamente in forma di sigaro, infine di sigarette.
Narra la leggenda (non ci sono documenti) che nell’estate del 1815 a Firenze in una delle Manifatture Tabacchi una partita di Kentucky fu inzuppata dalla pioggia. Si decise di fare asciugare le foglie di tabacco per cercare di recuperarle: si innescò così un processo di fermentazione da cui ebbe fortuita origine il sigaro Toscano. Di certo si sa che fu messo in commercio nel 1818 ed ebbe un grande successo fino alla diffusione delle sigarette, nel ‘900.

La cronaca racconta che agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso l’autore di queste righe, allora trentenne, acquistò una scatola di Toscanelli e ne rimase stregato, abbandonando il recente utilizzo della pipa ma non quello della sigaretta (per il semplice motivo che ne aveva fumata giusto una in tutta la sua vita). Il giovane piano piano invecchiò ma non abbandonò più il piccolo vizio, alternando periodi di fumo modesto a periodi di astinenza o quasi.
Ed ecco svelato il mistero: non di unghie feline si tratta bensì di particelle di cenere che cadendo dal suddetto Toscano provocano invisibile combustione di fibre tessili, dando origine ai bucherellini in quistione.

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Carasau guttiau

Dal precedente viaggio in Sardegna ero tornato innamorato dei formaggi dell’isola; stavolta ho fatto una scoperta culinaria piccola ma interessante.

Chi non conosce il pane carasau,  le sfogliatine sottili croccanti dette anche carta da musica ? Forse solo chi non è mai stato in Sardegna. Poi una sera al ristorante hanno un sapore diverso, molto buono; le osservo meglio e vedo delle macchie di olio e dei pezzettini di rosmarino. Scopro così la versione guttiau, ovvero condita: alcune gocce d’olio e poi un rapido passaggio in forno. Gutta è la goccia dei latini, l’origine del termine mi pare evidente. Il rosmarino non è indispensabile ma ci sta bene.

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In giro per laghi

Prima tappa Toscolano Maderno, mai sentito dire. Segni particolari: vicino al Vittoriale.

Almeno una volta nella vita al Vittoriale bisogna andarci, ed io finalmente ci sono andato.
La casa del Vate è stupenda nel senso originario della parola. Visitandola ho scoperto di avere una cosa in comune con lui: l’amore per la penombra (qualcuno la chiama fotofobia). E le finestre di alabastro mi sembrano una soluzione geniale.


P.S. Di certo Gabri non era allergico alla polvere. Ci sarebbero voluti tutti legionari di Fiume per tenerla lontana dai diecimila oggetti che occupano le stanze ora come quel primo di marzo del 1938.

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È un bel posto Salò, nota ai più per la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini. In realtà Salò era soltanto uno dei centri della amministrazione fascista, da cui però partivano i dispacci ufficiali (da cui la denominazione Repubblica di Salò).


” Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi …” : ecco non questo bensì l’altro ramo, anzi un po’ più in su, a Menaggio, amena località di villeggiatura lacustre. Qui siamo sistemati in un campeggino dal nome altisonante e fuori moda, ma dall’aspetto piuttosto fricchettone (dice la Simo).

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Da Menaggio si attraversa il lago per vedere Bellagio, bella ma troppo turistica. Bellissimi i giardini di villa Melzi; interessante la vicenda di Francesco Melzi d’Eril, vicepresidente della napoleonica Repubblica italiana dal 1802 al 1805.

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