NonsoloVax, no-IperVax

Mi definisco midVax ma forse è più chiaro se dico nonsoloVax e no-Ipervax. Cioè credo che sia sbagliato considerare il vaccino l’unico (o quasi) strumento e di conseguenza vaccinare-sempre-vaccinare-tutti-quanto-più-possibile.

Ieri ho fatto la terza dose e l’ho fatta soprattutto per me: se avessi pensato che per me era preferibile non farla non l’avrei fatta, nemmeno per il bene comune (chi mi conosce sa che non sono particolarmente egocentrico). La maggior parte di chi si vaccina, penso, lo fa con lo stesso spirito. Quindi non ci venite a dire che bisogna vaccinarsi per gli altri, mentre agli altri-più-altri non diamo la possibilità di vaccinarsi. Che poi, se sei un egoista intelligente, dovresti capire che ci conviene che gli altri-più-altri si vaccinino, per la nostra sicurezza.

Quanto al discorso sugli strumenti basta citare quello che ha detto Crisanti a proposito dei mezzi di trasporto pubblico: il greenpass è difficile controllarlo (e garantisce poco in termini di contagio, è una spinta a vaccinarsi); era meglio stabilire l’obbligo della mascherina Ffp2, altamente protettiva e controllabile.

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È stata la mano… di Sorrentino

Dopo La grande bellezza confesso di avere un po’ di problemi nei confronti di Sorrentino. A chi è piaciuto quello piacerà anche questo lungo noioso film autobiografico (si stenta a credere che i parenti assomigliassero ai personaggi esagerati che il regista ostenta). Le sole cose belle, per me, sono Luisa Ranieri e Napul’è di Pino Daniele.

Come epitaffio valga la caustica recensione della mia Mariarosa Mancuso.

Napoli. Esterno notte. Il giovanotto (ancora senza arte né parte) faticosamente ha attirato l’attenzione del regista Antonio Capuano. Gli dice che vuole fare il cinema (pur non avendone visto tantissimo). “Per prima cosa serve un grande dolore”, spiega il maestro all’allievo. “Quello l’ho già avuto”, risponde il sedicenne, che nel film si chiama Fabietto Schisa. E senza dubbio alcuno ha molti tratti in comune con Paolo Sorrentino, che alla Mostra di Venezia ha presentato ieri “È stata la mano di Dio”: romanzo di formazione del regista che girerà “La grande bellezza” e le serie sui Papi. 

Piace pensare che questo scambio di battute sia la definitiva risposta a chi pensa che il cinema si faccia con il cuore e senza altre qualità; tanto più che il maestro Capuano subito dopo va a farsi una nuotata notturna (ma l’interpretazione, ne siamo certi, non è approvata dal maestro Sorrentino). Di sicuro vale come puntuale biografia, raccontata nel film: papà e mamma Sorrentino morirono entrambi in una casetta di Roccaraso, avvelenati dall’ossido di carbonio. Avevano dato al figlio il permesso di andare a Empoli per seguire il Napoli di Maradona in trasferta. “Maradona mi ha salvato la vita”, è il ringraziamento al calciatore argentino quando “La grande bellezza” vinse l’Oscar – non solo un modo di dire.

 “È stata la mano di Dio”, dicono al funerale facendo le condoglianze all’orfano, citando Diego Maradona dopo il gol di mano ai Mondiali del 1986, contro l’Inghilterra. Il film si apre con una straordinaria panoramica aerea del golfo di Napoli – possiamo sempre contare su Paolo Sorrentino per un’inquadratura spettacolare – e continua raccontando la vita familiare. Gite in barca, matrimoni, scherzi telefonici che la madre faceva ai parenti e ai conoscenti (poi tutta la famiglia schierata sul divano della vittima, a scusarsi con gli occhi bassi), la baronessa del piano di sopra, un certo numero di matti e altri personaggi pittoreschi, qualche evocazione felliniana.

Non siamo mai stati fan della “Grande bellezza”. Ma tra una macchietta napoletana e l’altra, con la matura signora che provvede allo svezzamento sentimentale del giovanotto, capita di pensare che qualche fenicottero ci starebbe bene. Insomma, qualcosa che dia un po’ di ritmo, mentre la città attende con trepidazione che il magico calciatore arrivi dal Barcellona. Intanto Toni Servillo, nella parte di Sorrentino padre, continua imperterrito a fare Toni Servillo.

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Odin Teatret

Dell’Odin Teatret conoscevo a malapena il nome, fino a ieri. Grazie a Laura, appena conosciuta, ho visto questo bellissimo documentario e ho incontrato Eugenio Barba e il suo Odin Teatret.

NORDISK TEATERLABORATORIUM – ODIN TEATRET

Fondato ad Oslo, in Norvegia nel 1964, l’Odin Teatret si è trasferito a Holstebro, in Danimarca, nel 1966, diventando Nordisk Teaterlaboratorium/Odin Teatret. Oggi i suoi 33 membri provengono da più di undici paesi e quattro continenti.

Eugenio Barba è uno dei pochi grandi vecchi ribelli viventi del teatro mondiale che il XX secolo ha generato. Nella piccola cittadina danese di Holstebro, sua seconda patria, realizza la Festuge, uno spettacolare progetto teatrale. 100 cavalli provenienti da tutta Europa percorrono insieme la zona di confine della costa danese, irrompono in città, entrano persino in biblioteca… capovolgendo i parametri della vita normale. Ancora una volta il vecchio mago stregone abbatte muri – “Breaking down the Walls”, come disse il suo compagno di viaggio Jerzy Grotowsky. E ancora una volta Barba espande il territorio del teatro. Il film Zona Limite offre uno sguardo su un insolito processo teatrale. Per 9 giorni e 9 notti, Eugenio Barba e il suo Odin Teatret riescono nell’ impresa di sottrarre gli abitanti della città alla loro solita vita quotidiana e a portarli con sé in questo viaggio nei regni avventurosi della cultura. (Teatro Cantiere Florida)

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The French Dispatch, da vedere

Conosco poco o nulla Wes Anderson, lo confesso. Fra i suoi film ho visto solo Il treno per Darjeeling (2007); qualcuno tempo fa mi ha detto che I Tenenbaum è imperdibile, prima o poi lo vedrò.

Questo ultimo film è straordinario, nel senso di fuori dall’ordinario. Un gran piacere per gli occhi, tanti grandi attori (Bill Murray, Tilda Swinton, Benicio Del Toro, Francis Mc Ormand e altri per comparsate), nessuna trama, un ritmo velocissimo (anche troppo), a tratti noioso … insomma non so che dire.

L’auto-test loconsigliestiaunamico? l’ho fatto e direi sì, va visto.

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La ribollata

Comincia il cavolo nero, con i primi freddi, e la voglia di ribollita. L’errore non è nel titolo, ma nel piatto. Ribollata, ovvero ribollita sbagliata.

Quando l’assaggio, dopo la ribollitura, c’è qualcosa che non mi convince; lì per lì non capisco, poi riavvolgo la pellicola e rivedo la gran quantità di cipolla che ho messo senza pensare che avrebbe modificato il risultato. Succede quando ti affidi troppo all’istinto.

In cucina si recita a soggetto e la ricetta è un canovaccio; in un articolo di molti anni fa su La gola Gualtiero Marchesi parlava di cucina jazz. Insomma chi sa non segue pedissequamente la ricetta, neanche la sua: la creatività è l’anima della cucina. E io nel mio piccolo, ci provo. Si cucina con quello che si ha sottomano, questo è il bello della diretta. (autocitazione)

Ebbene sì sono per la cucina jazz, un po’ di improvvisazione va bene ma bisogna mantenere il controllo altrimenti il risultato va per conto suo. Rifare subito con attenzione al rapporto fra gli ingredienti.

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Il grande spirito

Il film di Rubini (2019) – una storia di emarginazione e piccola criminalità – non mi ha entusiasmato, nonostante la bravura del regista/attore e di Rocco Papaleo.

Quindi ne lascio traccia sul blog per motivi di cronaca e memoria (scarsa).

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Conversazione sull’evoluzione dell’uomo

Una scena che sembra di caccia …

È stata piuttosto dura stringere sulle cose lette e ascoltate per preparare la conversazione (con presentazione, slide). Però una bella soddisfazione, un piacere nuovo, parlare con tranquillità e una certa competenza davanti ad una decina di amici.

Fondamentale il consiglio di Sergio, leggere/studiare con una qualche finalità: ti costringe a dare ordine a quello che sai, a precisare le cose…

Insomma meglio tardi che mai, non è mai troppo tardi …

P.S.

Ti volevo scrivere io, è stato carino e sei stato bravo, avresti potuto davvero fare il professore, se lo rifai ritorno. [Marta]

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Elogio della fettunta

In questo tempo di olio novo, che cosa c’è di meglio di una fetta di pane casalingo abbrustolito strusciato d’aglio, abbondantemente untato d’olio e salato ? La fettunta l’ho appena fatta con un buon olio siciliano (alla faccia della toscanita’ estrema). Una grande bontà.

Se l’olio va bene d’ogni dove (ma buono) il nome qui deve essere fettunta, che rende bene l’idea, evitando accuratamente il termine bruschetta, vago e insipido prodotto della nazionalizzazione delle lingue regionali.

fettunta > salunta s. f. [comp. di sale e unta, part. pass. femm. di ungere], pop. tosc. – Fetta di pane abbrustolito, strofinata con aglio e condita con olio e sale, detta anche fettunta e panunto (nel Lazio, bruschetta).

(Vocabolario Treccani online)

Se ne era di già parlato tre lustri fa della faccenda dei nomi

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Madre paralelas

Vedendo il nuovo film del grande Pedro, mi venivano in mente molte cose, dei contenuti e del suo modo di fare cinema. A pochi riesce di mettere insieme la vita intima e il politico come ad Almodovar; la storia di alcune persone con i loro problemi i drammi e le cose belle; la Storia di un paese martoriato per tanto tempo dal fascismo di Franco. E lui riesce a raccontare con mano leggera, dialoghi intensi e colori straordinari.

Pensavo che è un film da consigliare agli amici e che lunedì vado a comprarmi un barattolo di smalto rosso, per colorare una pallida lignea libreria dell’Ikea: perché il colore è la musica degli occhi, come dice Chantal.

“È un film sulle madri”, titolarono i giornali quando al Festival di Cannes fu presentato “Tutto su mia madre”. Era il 1999, a noi era sembrato piuttosto un film sui travestiti, (…)”. Il film interrompeva qualche stagione non esaltante, riportando Pedro Almodóvar al massimo della bravura (non disgiunta dal divertimento, a sua volta non disgiunto dal melodramma).
Ora un film sulle madri Pedro lo ha girato davvero. (…) Due donne in travaglio, la fotografa affermata Penélope Cruz e la più giovane Milena Smit, nuova musa di Almodóvar (quasi un passaggio di consegne tra le attrici). La quarantenne coglie l’ultima occasione. La ragazzina, un figlio proprio non l’aveva in programma. Le neonate devono restare qualche ora in osservazione. Poi ci trasferiamo a casa di Penélope Cruz, che ha avuto la figlia da un fascinoso antropologo forense, a metà tra un medico e un archeologo.       
Entra il secondo tema, che va a intrecciarsi con la storia delle due madri e conduce Pedro Almodóvar sul terreno della guerra civile, frequentato prima di lui da ogni scrittore o cineasta spagnolo che volesse dirsi rispettabile. (…)
In “Volver” – altro film di Almodóvar, uscito 15 anni fa – le donne al cimitero lustravano e spazzavano le tombe dei loro cari. Qui non ci sono tombe: in paese si parla di una fossa comune, localizzata con precisione perché un uomo creduto morto era solo ferito, ed era tornato per raccontare. Il bisnonno di Penélope Cruz, fotografo dilettante, aveva fatto il ritratto a tutti i morti. Bisogna scavare e trovare le ossa, per dare sepoltura almeno a qualcuno dei centomila desaparecidos del franchismo (il discorso sulla memoria lo potete aggiungere da soli: “La storia non sta zitta”, recita la citazione da Eduardo Galeano alla fine del film)      
Gli anni passano, i tocchi di melodramma restano, ma è un Pedro Almodóvar cresciuto, non più sull’orlo di una crisi di nervi (la parola “maturo” è qui bandita). La bimba di Penélope risulta un po’ “etnica”, occhi nerissimi e pelle ambrata. Dicono che abbia preso dal nonno, e neanche il padre (peraltro fuggitivo) la sente sua.
(Mariarosa Mancuso su Il foglio)
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I sette Samurai

Dopo aver visto a pezzi e bocconi Kagemusha (bellissimo nonostante il sonno) in attesa di rivederlo a modino mi sono guardato I sette Samurai, che conoscevo solo di nome, nonostante sia del 1954. Straordinari tutti ma indimenticabile Toshiro Mifune nei panni del preteso samurai che fa il matto dall’inizio alla fine.

Che dire ? Un capolavoro. Candidato a un paio di Oscar minori (davvero ? soltanto?) e Leone d’Oro a Venezia 1954. Da vedere o rivedere alcuni dei suoi film più importanti.

Akira Kurosawa (da Enciclopedia del cinema Treccani)

Regista e sceneggiatore cinematografico giapponese, nato a Tokyo il 23 marzo 1910 e morto ivi il 6 settembre 1998. A K. spetta innanzi tutto il merito di aver aperto al cinema giapponese le porte dell’Occidente, grazie all’inatteso Leone d’oro che il suo Rashōmon (1950; Rashomon) ottenne alla Mostra del cinema di Venezia del 1951, inaugurando così una stagione di importanti riconoscimenti attribuiti ad altri film giapponesi in diversi festival internazionali. Appartenente alla generazione dei registi del secondo dopoguerra più impregnati di spirito umanistico K. concentrò la sua opera sul personaggio, spesso un uomo in caparbia lotta contro i mali e le ingiustizie della società. Gli eroi del regista, tuttavia, non sono mai dei personaggi piatti o manichei, al contrario si caratterizzano per la loro complessità e contraddittorietà, per l’impulso quasi irrazionale che li spinge ad agire e che talvolta si confonde con una dimensione oscura e ambigua. Regista di uomini, più che di donne ‒ come invece fu per molti altri maestri del cinema giapponese ‒, K. realizzò sia gendaigeki (drammi contemporanei) sia jidaigeki (drammi storici), anche se la sua fama internazionale è soprattutto dovuta a questi ultimi. A differenziarlo dai suoi colleghi è anche il carattere spesso spettacolare, il ritmo sostenuto, il dinamismo quasi esasperato che caratterizza molti suoi film. L’influenza del cinema americano e dei modelli occidentali è chiara, così come lo è, nello stesso tempo, la capacità di guardare alle forme della tradizionale estetica giapponese (…)

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