A proposito di film

Ho deciso di parlare solo dei film che mi sono piaciuti davvero, però devo almeno citarli quelli che vedo affinché non mi succeda quello che è successo stasera. Ero convinto di aver visto Non è un paese per vecchi eppure non me lo ricordavo per niente: ricordo solo che Mariarosa Mancuso sbeffeggiava il parrucchino di Bardem.


The teacher è uno di quei film che mi piacciono il giusto: brava la protagonista ad interpretare l’odiosa compagna cecoslovacca.

Aspetto di rivedere Blade runner 2049, perché ho dormicchiato abbastanza ( e non per colpa del film).

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Barbiana 

In tutti questi anni non sono mai stato nel luogo dove ha vissuto e insegnato (ed è sepolto) il priore di Barbiana, Lorenzo che ho sempre sentito vicino.


Oggi ho visto Barbiana ‘65, un bel documentario con materiali d’epoca e commenti di don Ciotti, Beniamino Deidda e Adele Corradi.

In occasione del cinquantesimo anniversario della morte (26 giugno 1967) è uscito il Meridiano Mondadori, con tutti gli scritti. E Pantheon di Radio 3 ha trasmesso Sulle tracce di Don Milani, in sette puntate.

Ho voglia di rileggerlo, il prete scomodo: credo che mi regalerò il Meridiano, magari per Natale. 


Il 20 giugno di quest’anno Papa Francesco ha pregato sulla sua tomba e ha detto parole inequivocabili.

Cari fratelli e sorelle, sono venuto a Barbiana per rendere omaggio alla memoria di un sacerdote che ha testimoniato come nel dono di sé a Cristo si incontrano i fratelli nelle loro necessità e li si serve, perché sia difesa e promossa la loro dignità di persone, con la stessa donazione di sé che Gesù ci ha mostrato, fino alla croce. (…)

La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fondamento solido e capace di innalzare fino al cielo. (…)

Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. (…)

«Non posso tacere che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo Vescovo, e cioè che fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale. In una lettera al Vescovo scrisse: “Se lei non mi onora oggi con un qualsiasi atto solenne, tutto il mio apostolato apparirà come un fatto privato…”. Dal Cardinale Silvano Piovanelli, di cara memoria, in poi gli Arcivescovi di Firenze hanno in diverse occasioni dato questo riconoscimento a don Lorenzo. Oggi lo fa il Vescovo di Roma. Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani – non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco –, ma dice che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa. 

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I marroni e la memoria 


Mi piace Palazzuolo sul Senio, pezzo di Toscana in terra di Romagna; ad un’ora di distanza da Borgo San Lorenzo e da Faenza (40 minuti da Riolo Terme). Amo la ottobrina Sagra del marrone, i dolci inconsueti, le caldarroste per strada, i banchi del mercato, il cibo della Pro Loco.

Quest’anno ho deciso di andarci la prima domenica della Sagra e la scelta è stata inconsapevolmente azzeccata. Seduto a un tavolo nel tendone ristorante ho visto Ermanno, antico compagno di liceo e di viaggio, a Praga nel 1969; con lui la sorella Giulietta, che ricordavo ragazzina. Un pomeriggio insieme, tra passato e presente. E piano piano viene fuori una storia di salvezza dalle persecuzioni contro gli ebrei: a Firenzuola, pochi chilometri da qui, la famiglia di Ermanno e Giulietta fu ospitata, protetta e salvata da una famiglia di antifascisti. È la prima volta che sento raccontare una vicenda simile da qualcuno che conosco e l’ha vissuta sulla pelle dei suoi familiari. In quel periodo tremendo fra l’8 settembre del ‘43 e la fine della guerra il diario del babbo di Ermanno testimonia lucidamente la follia delle persecuzioni e il coraggio dei perseguitati e di chi ha rischiato la vita per proteggerli. 

Ermanno, la sorella e il cugino hanno promosso l’assegnazione del titolo di Giusti fra le nazioni alla famiglia di Firenzuola. Quando ci sarà la cerimonia in sinagoga sarò fra il pubblico.

Di seguito un articolo recente da La Stampa.

Quei Matti Giusti tra le Nazioni che salvarono gli ebrei

La storia di una famiglia che aprì le porte di casa agli Smulevich, risparmiando loro la deportazione. L’amicizia tra don Renato e Sigismondo, l’ebreo osservante venuto dall’Est

«Fin quando le circostanze lo renderanno necessario, sarete sotto la nostra protezione». Non ci pensarono più di un istante, giusto il tempo di guardarsi in faccia e capire da un rapido cenno del capo che sì, quella era l’unica opzione possibile dettata dalla coscienza. La porta fu spalancata, per poi richiudersi qualche secondo dopo alle spalle di quegli sconosciuti.  

Autunno 1943. Non proprio un periodo semplice per esprimere solidarietà nei confronti degli ebrei perseguitati nell’Italia nazifascista. A Firenzuola, ultima propaggine appenninica di Toscana prima dell’Emilia Romagna, quell’invito ebbe un significato ancora più forte. La Linea Gotica distava infatti una manciata di chilometri, e quindi soldati tedeschi e una vasta gamma di minacce (compresa la delazione) erano disseminati un po’ ovunque. Forse il posto più pericoloso d’Italia in cui trovarsi se si era dalla parte sbagliata. Ma davanti a quella famiglia braccata, arrivata da Prato su indicazione di un conoscente, i Matti non seppero dire di no. «Entrate, presto».  

Fu Renato, uno dei ragazzi di casa Matti, a gestire in prima persona l’assistenza ai perseguitati. Giovane seminarista avviato alla vita ecclesiastica, sarebbe diventato un parroco di campagna molto amato. Un uomo pieno di buona volontà e spirito d’iniziativa, ricordato ancora con affetto dai suoi concittadini. In lui, nei suoi fratelli (in particolare Carlo, futuro medico condotto), nei genitori Armando e Clementina, tutti antifascisti della prima ora, quegli sventurati trovarono un sostegno fondamentale. Costretti ogni giorno ad aguzzare l’ingegno per sfuggire alle insidie, in costante pericolo ma protetti da una rete di soccorso ben strutturata, Sigismondo Smulevich e sua moglie Dora, i figli Alessandro ed Ester, il cugino Leo, ritrovarono la fiducia nell’uomo. E, nel settembre dell’anno successivo, anche la libertà.  

Con la recente scomparsa dell’ultima testimone diretta di quei fatti, la mia prozia Ester, ci siamo sentiti un po’ spiazzati nel ripercorrere ed elaborare queste vicende. Perché se è vero che la profonda gratitudine verso i Matti è patrimonio acquisito dalle vecchie come delle nuove generazioni di Smulevich, è almeno altrettanto vero che l’assenza di un riconoscimento formale per quelle azioni pesa oggi come un macigno.  

I Matti hanno tutte le caratteristiche tipiche dei “Giusti”, cui è stata dedicata alcuni giorni fa una nuova edizione della Giornata europea promossa da Gariwo. Hanno agito a rischio della propria vita, senza pretendere nulla in cambio. Si sono prodigati con impegno continuo, rinunciando a un pezzo della loro autonomia e della loro serenità. Un coraggio disinteressato, puro, genuino. Per questo, al più presto apriremo un fascicolo allo Yad Vashem di Gerusalemme affinché i loro nomi siano scritti per sempre sul muro del Memoriale del bene.  

Prima ancora che la pratica entri nelle sue fasi decisive abbiamo però deciso di darci appuntamento a Firenzuola. Smulevich e Matti, le nuove generazioni per la prima volta insieme. Insieme per rendere omaggio a una famiglia di eroi silenziosi, che mai hanno ostentato i loro meriti. Insieme per ripercorrere le strade e quegli intricati sentieri di salvezza. Insieme infine davanti alla casa della frazione di Le Ca’ di sotto in cui, pensando che mancassero pochi istanti alla loro cattura, mio bisnonno Sigismondo impartì l’ultima drammatica benedizione ai suoi cari.  

Soltanto pochi attimi dopo, il bisnonno si sarebbe reso conto del suo errore. Alla porta non c’erano infatti soldati tedeschi, ma combattenti delle forze alleate che avevano appena sfondato la Linea Gotica. L’emozione, sia tra i liberatori che tra i salvati, fu indescrivibile. Ricorderà spesso quei momenti insieme a don Matti, in una delle molteplici occasioni di incontro che seguiranno nel tempo. Renato, il prete di campagna. Sigismondo, l’ebreo osservante venuto dall’Est. «Lechaim», alla vita, brindavano entrambi con gli occhi lucidi.  

(di Adam Smulevich, giornalista di «Pagine Ebraiche» – La Stampa, 8 marzo 2017)

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Le ocarine, di nuovo.

Sono trascorsi quattro anni dalla prima volta che ho assistito ad un concerto di ocarine, sui monti dell’Appennino Tosco-Emiliano. 


Era stata una bella emozione, ma questa volta è stato più coinvolgente, nel Parterre di piazza San Francesco a Pistoia.


La musica di questo strumento “povero” mi affascina: forse per la sua semplicità, dato che io sono un modestissimo musicofilo.

E poi c’è il direttore di questa ensemble, il maestro Fanciullacci, che presenta i brani e i musicisti, parla della storia dello strumento; e lo fa in modo straordinario, per chiarezza e simpatia. Insomma una stupenda serata, continuata con una passeggiata nel centro, invaso dalla gente (soprattutto giovani), nell’aria primaverile di questo principio d’autunno. 

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La dieta fast


Iniziata oggi la dieta a digiuni alterni, il lunedì e giovedì.

Si tratta di digiuni attenuati con assunzione di 600 calorie ( 300 a colazione e 300 a cena ). 

Bene il primo giorno, nessuna fame.

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Viaggetto nel passato


Comincia con la casa di via della Torre di Buiano, a Fiesole, dove nel ’69 studiavo per la maturità. La Torre è lì, sopra la strada, nascosta dagli alberi e in tutto questo tempo non sono mai andato a vederla.


Poi, tornando da Borgo San Lorenzo, passo dalla Bolognese e devio per Vaglia: vedo l’insegna dell’albergo ristorante Padellino, alla stazione ferroviaria; ci vado, pare che sia ancora aperto. Qui il nonno Cesare, davanti a una torta di frutta, pronunció la famosa frase: un modo simpatico per mangiare la frutta.


Poi passo da Bivigliano, e rivedo l’albergo Giotto, col parco meraviglioso: io e Lucia in vacanza coi nonni; avevo circa 10 anni, ricordo la Giulietta del babbo nel parcheggio e la Susanna piccina.


Fu proprio qui che a una simpatica signora riuscii a confessare che nella cameretta a Firenze dormivo sempre con le spalle al quadro di San Giorgio: avevo paura dell’immagine illuminata dal lumino da notte sul comodino. La signora lo disse ai nonni e quando tornai a casa il quadro era stato spostato. Il San Giorgio che ora, da vecchio, rimetteró in camera (ma il lumino non c’è più).

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Picciòlo e la bistecca di d’Annunzio

IMG Busto di GP Antella

È una sera di fine estate, intorno al tavolo con limoncello e amaro. Giuliano parla del nonno Gaetano Piccioli, famoso trattore fiorentino; di una foto d’epoca della trattoria Picciolo, in viale Regina Margherita (ora Spartaco Lavagnini), frequentata d’Annunzio e dalla Duse; e dice che c’erano dei separé. Mi sovviene allora che nel romanzo di Pratolini Lo scialo  si parla di una trattoria “sui viali” con separé (nel senso di salottino riservato).  Avendo nell’iPhone il romanzo cerco in diretta “separé” e trovo questo brano:

Ormai, l’incanto durato sei sette mesi, dietro i separé di Picciolo, dentro la camera della pensione Belvedere, era spezzato.


Nel romanzo Picciolo è citato più volte, la prima con diversi particolari.

«Non saprei.» E subito aggiunse: «Noi, dove andiamo?». Anche a questo egli aveva avuto modo di pensare, ricordandosi di un ristorante, tra porta San Gallo e la Fortezza da Basso, dove, “se i racconti sono veri” si sarebbero trovati, e in ogni senso, a loro agio. Per anni, il ristorante nel quale non aveva mai messo piede, era stato argomento di conversazione in ufficio. C’erano, si diceva, al piano superiore, delle salette riservate. E una volta, prima della guerra, ne erano stati pieni i giornali, di Picciolo e delle sue sale riservate, per via di un marito che aveva sorpreso la moglie con l’amante e gli aveva sparato. “Lui era un ufficiale, il ganzo un deputato.” «Dov’è? Non l’ho mai sentito nominare.» «Ma se è uno dei più antichi di Firenze.» «Oh» ella ammise. «Nemmeno negli altri, ci sono mai andata. Conosco il Paoli, conosco Oreste, conosco il Comparini in via del Corso, ma per essermi fermata qualche volta a vedere le aragoste in vetrina.» «Ma se c’è tutti i giorni la reclame sui giornali.» Era dell’importanza ch’egli si voleva dare.

Trovo altre informazioni sul web, soprattutto a proposito della frequentazione di d’Annunzio, come questa:

(…) era assiduo cliente di Gaetano Picciolo, dove erano famose le bistecche che il grande vate mostrava di apprezzare alquanto. Sempre in questa trattoria quando era accompagnato da Eleonora Duse faceva apparecchiare in un salottino dove pretendeva ci fosse sempre un vaso pieno di viole, un fiore che dedicava spesso alle sue donne. Allorché, ritiratosi al Vittoriale, fu raggiunto da uno scritto del figlio del Picciolo, rispose con un telegramma il cui testo è una testimonianza del suo attaccamento all’arte della cucina:

“Il tuo inaspettato messaggio risveglia i miei più dolci ricordi fiorentini stop. Ti mando quel che vuoi ma tu mandami per telegrafo la bistecca di tre quarti che mangiammo allora insieme col non dimenticabile Jarro. Stop. Abbraccio il babbo. Gabriele D’Annunzio.” 

Da notare la boutade della bistecca da inviare per telegrafo: oggi avrebbe chiesto di zipparla e allegarla a una mail.


Nel 1929 Giulio Gandi pubblicò il volume Antiche e caratteristiche trattorie fiorentine, in cui si parla di Picciolo. 

Il notissimo ristorante fiorentino “Picciolo”, situato nel viale Margherita, fu fondato nel 1866 da Gaetano Picciolo, caratteristico tipo di vecchio fiorentino arguto, di cui sono note le innumerevoli facezie, il quale tutt’ora vivo e vegeto frequenta la sua “creazione”, pur avendo trascorse nel lavoro 83 primavere.

Anche il Gandi usa il nome del ristorante (e soprannome del proprietario) in luogo del cognome Piccioli.

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